Perché ?


Perché ?

di Sergio Paoli, Poliziotto
Avevo scritto un pezzo sul primo aprile. Messo insieme con burle originali e simpatiche scovate sulla rete, mentre fuori il sole tiepido di primavera aveva dato il primo convinto avvio alla natura addormentata di questo freddo nord Italia. Non poteva essere una cattiva giornata, l’angolo delle riflessioni veniva avanti quasi da solo; parole leggere, veloci, allegre. Tra poco avrei raggiunto mio figlio Tommaso che da mezz’ora mi reclamava davanti ad una sua improbabile e instabile costruzione di mattoncini colorati. Una ultima lettura, una vezzosità nel titolo ed ecco tutto inviato al mio minuzioso ed impaziente editore. Raggiunsi il mio piccolo costruttore, ancora in attesa sul tappeto del soggiorno. L’edificazione non trovava apparente giovamento dal mio intervento, ma tutto sommato, tra chiacchiere, risate, battute e solletichi stavamo costruendo assieme qualcosa di migliore di unico; nulla a che vedere con i manuali di ingegneria.
La sigla del telegiornale in sottofondo, ormai familiare e sentita tante volte, poi il nome di Tommaso, quello rapito. Adesso quello ucciso. Mio figlio alza gli occhi, ascolta, diventa serio e ascolta. Io mi fermo, la costruzione di mattoncini crolla in una miriade di schegge colorate che una volta ferme mi sembrano nere. Mio figlio mi guarda e mi chiede “perché ?” . Ed io mi vergogno, ancora una volta di far parte del mondo dei grandi.

di Sergio Paoli, Poliziotto
Avevo scritto un pezzo sul primo aprile. Messo insieme con burle originali e simpatiche scovate sulla rete, mentre fuori il sole tiepido di primavera aveva dato il primo convinto avvio alla natura addormentata di questo freddo nord Italia. Non poteva essere una cattiva giornata, l’angolo delle riflessioni veniva avanti quasi da solo; parole leggere, veloci, allegre. Tra poco avrei raggiunto mio figlio Tommaso che da mezz’ora mi reclamava davanti ad una sua improbabile e instabile costruzione di mattoncini colorati. Una ultima lettura, una vezzosità nel titolo ed ecco tutto inviato al mio minuzioso ed impaziente editore. Raggiunsi il mio piccolo costruttore, ancora in attesa sul tappeto del soggiorno. L’edificazione non trovava apparente giovamento dal mio intervento, ma tutto sommato, tra chiacchiere, risate, battute e solletichi stavamo costruendo assieme qualcosa di migliore di unico; nulla a che vedere con i manuali di ingegneria.
La sigla del telegiornale in sottofondo, ormai familiare e sentita tante volte, poi il nome di Tommaso, quello rapito. Adesso quello ucciso. Mio figlio alza gli occhi, ascolta, diventa serio e ascolta. Io mi fermo, la costruzione di mattoncini crolla in una miriade di schegge colorate che una volta ferme mi sembrano nere. Mio figlio mi guarda e mi chiede “perché ?” . Ed io mi vergogno, ancora una volta di far parte del mondo dei grandi.

6 maggio 2006