IL II REPARTO CELERE DI PADOVA


IL II REPARTO CELERE DI PADOVA

 

“Primi a giungere, ultimi a cedere”
(di Gianmarco Calore, Poliziotto)

L’Italia del dopoguerra, con una Costituzione in fase di studio, vedeva nel territorio la dislocazione di una Polizia che rispecchiava le condizioni nelle quali l’intero Paese era uscito dal secondo conflitto mondiale. Alla scomparsa della Repubblica Sociale Italiana e della sua Polizia Repubblicana, era rimasto in piedi il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza: un Corpo di spiccata estrazione militare articolato in tal senso fino ai suoi vertici. Si pose subito il problema di stabilire un criterio oggettivo di arruolamento delle nuove guardie e di come far convivere militari già arruolati, provenienti però da esperienze diametralmente opposte: mi riferisco soprattutto agli ex partigiani e agli ex repubblichini. Si trattava poi di trovare una sistemazione appropriata anche per tutta quell’accozzaglia di militari assunti in via provvisoria tramite decreti prefettizi e che costituì la categoria di guardie aggiunte o ausiliarie.

A questo quadretto abbastanza confusionario faceva da contraltare una situazione di ordine pubblico a dir poco esplosiva: era un Paese con un assetto istituzionale ancora fragile e sbilanciato da rigurgiti estremisti violenti cui si aggiungevano “regolamenti di conti” tra chi durante la guerra si era pestato vigorosamente i piedi.
La Polizia italiana disponeva sul territorio dei cosiddetti “Reparti Mobili”. Si trattava di Reparti creati per scopi spiccatamente bellici e perciò dotati di armamento pesante che doveva adempiere a compiti difensivi del territorio in caso di invasione esterna: mortai, mitragliatori Bren, veicoli blindati T17 “Staghound” muniti di cannoncini facevano parte delle dotazioni di queste unità operative. Per contro, in una fase storica in cui le industrie automobilistiche e armiere erano ancora in ginocchio, il Ministero fece di necessità virtù requisendo ogni sorta di veicolo e armamento lasciato sul territorio dai vari eserciti di invasione. Ecco allora jeep “Willis” e motociclette americane, mitra MP40 tedeschi, moschetti “91”, biciclette, camion GMC e tutto quello che poteva servire per trasportare truppe e materiali…. Una veloce scritta “Polizia” fatta magari a mano libera e via, verso fantastiche avventure!

Un ufficiale inglese rimasto in Italia per aiutare le nostre Istituzioni a rimettersi in piedi capì subito come impiegare efficacemente l’immensa risorsa poliziesca in ordine pubblico, adattando uno schema operativo che aveva già dato i suoi buoni frutti al di là della Manica. Fu lui a gettare le basi delle tecniche operative ancora oggi impiegate, creando il concetto di carica a bordo di autoveicolo (i c.d. caroselli) che aveva il duplice vantaggio di disperdere efficacemente la folla e di limitare al massimo il contatto fisico tra i poliziotti e i dimostranti. Le sue teorie trovarono un entusiasta sostenitore nel primo Ministro dell’Interno post-bellico, Giuseppe Romita, il quale comprese la necessità di poter disporre di uno strumento di intervento rapido e flessibile che riportasse in breve tempo situazioni di emergenza alla normalità.

E veniamo a noi. Nel Veneto della Liberazione era già operativo a Vicenza il 5° Reparto Mobile, collocato non a caso in una posizione strategica ai piedi dell’Altopiano e dei Colli Berici per contrastare eventuali invasioni da nord. Era un Reparto organizzato in 5 battaglioni composti ciascuno da un centinaio di persone e che aveva avuto già modo di farsi apprezzare durante la guerra per la sua decisione nei combattimenti e nella repressione di qualsivoglia forma di banditismo o recrudescenza delinquenziale.
Il ministro Romita, sulla scorta delle prime dimostrazioni di piazza scaturite in veri e propri tumulti che misero Padova a ferro e fuoco, decise di stanziare stabilmente in tale capoluogo uno dei cinque battaglioni del 5° Mobile che, già dal 1945, alternava il suo servizio tra Padova e Vicenza. Nelle caserma ricavata in un ex istituto per non vedenti a ridosso di Prato della Valle vennero fatti confluire circa cento poliziotti di quella che venne denominata “3° Compagnia Celere”, sempre alle dipendenze del 5° Mobile vicentino.
A capo di questa Compagnia venne posto il capitano di P.S. Gaetano Genco, un Ufficiale che si era ritagliato la fama di “duro” sul campo. Ex Ufficiale della Polizia dell’Africa Italiana, proveniente dai ruoli dell’Esercito, aveva meritato la Croce di Bronzo e svariate medaglie al valore per gli atti di eroismo di cui si era reso protagonista durante la Campagna d’Africa. All’indomani dell’Otto Settembre 1943 aveva voluto rientrare nella Capitale per essere al fianco dei suoi uomini negli accaniti combattimenti contro l’esercito tedesco che funestarono la zona di Porta San Paolo.
Il capitano Genco prese subito a cuore la costituzione della 3° Compagnia Celere in un territorio delicato come quello di Padova. Le testimonianze che ho raccolto tracciano la figura di un Ufficiale duro ma che ai suoi uomini non fece mancare niente. Sedeva sui lunghi tavolacci di legno assieme alla truppa, consumando il rancio nelle stesse “gamelle” di latta, raccogliendo le loro necessità e facendosene latore con i propri superiori; all’interno della caserma creò un pollaio e una porcilaia dove vennero allevati polli, galline, conigli e maiali che servirono per anni a dare un rancio decente ai suoi ragazzi; non volle alcun alloggio di servizio, ma dormì con loro nelle scomode brande militari sotto un freddo polare d’inverno e immerso in un’afa appiccicosa d’estate; condivise con loro gioie e dolori mettendo a disposizione la sua umanità pur nel necessario distacco che doveva essere mantenuto tra la truppa e il suo Comandante. Fu questo il seme che fece subito germogliare quello spirito di corpo che rese il Reparto Celere di Padova celebre e osannato fino ai giorni nostri. Un episodio su tutti, raccontato da un Sottotenente di P.S. in quiescenza, all’epoca giovane sottufficiale:

“Ricordo distintamente che un giorno venne ricoverato all’Ospedale Militare di Padova un nostro ragazzo, avrà avuto 23 o 24 anni. Aveva contratto una forma perniciosa di tubercolosi polmonare, tanto che dall’Ospedale Militare venne fatto trasferire alla divisione pneumologica di quello civile. Il signor Comandante mi dette l’ordine di recarmi a trovarlo ogni giorno e di fargli sapere di cosa avesse bisogno. Il ragazzo era ricoverato in un lungo stanzone assieme ad altre decine di degenti e si lamentava del fatto che i pasti erano scarsi, spesso addirittura inesistenti. Come seppe di questa lamentela, il signor Comandante mi ordinò di portargli una doppia razione del rancio della caserma: ogni giorno partivo con la jeep e gli portavo da mangiare. Ben presto anche gli altri ricoverati fecero timorosamente presente il fatto che spesso non mangiavano neanche loro: si poteva fare qualcosa? Subito il capitano Genco mi fece caricare sulla jeep un’intera marmitta di rancio fatta preparare appositamente dalla mensa e ogni giorno, per qualche mese, portai da mangiare a quei poveretti, fino a quando i medici dell’ospedale misero il loro veto”

La fama di questo Comandante cominciò a valicare le mura della caserma padovana, incoraggiata dall’abnegazione dimostrata dai suoi militari in ogni frangente. Il capitano Genco divenne ben presto maggiore e poi tenente colonnello, ma fu sempre al fianco dei suoi ragazzi in ogni circostanza. Andava personalmente nelle caserme dell’Esercito a scegliere i ragazzoni più grandi e grossi che faceva trasferire d’ufficio dal giorno dopo in Polizia al suo comando. Ben presto la 3° Compagnia Celere divenne un punto di riferimento per l’intera Polizia italiana, tanto che il 1° novembre 1948 il Ministero decise di svincolarla dalle dipendenze del 5° Reparto Mobile di Vicenza e di conferirgli il rango di Reparto autonomo: era nato il 2° Reparto Celere di Padova.

L’importanza di questo Reparto fu subito evidente anche a causa della posizione geografica della città, posta al crocevia di importanti province che si stavano ampliando rapidamente. L’elevato livello della disciplina militare imposta al suo interno fece sviluppare ai suoi uomini un’innata attitudine alla gestione dell’ordine pubblico, soprattutto in manifestazioni in cui il ricorso alle armi da fuoco era ormai consuetudine. Per questi motivi, si decise di incrementarlo con l’invio costante di nuove guardie, tanto che ben presto si rese necessario trasferirne la sede dall’ormai vetusta e obsoleta caserma di via Configliachi a quella nuova e più moderna di via d’Acquapendente, rimasta ad oggi la sede ufficiale. Era il 1954 e in quegli anni il 2° Celere aveva in forza quasi un migliaio di militari suddivisi in quattro Compagnie, delle quali una si alternava con le altre a cadenza quadrimestrale a Trieste per la vigilanza dei valichi confinari.

E proprio Trieste merita un cenno particolare. Come è noto, a guerra finita il capoluogo giuliano e la vicina provincia di Gorizia furono sconvolti da una delle peggiori e proditorie aggressioni ai loro abitanti perpetrata dal IX° Korpus dell’esercito jugoslavo: per 40 giorni, dal 1° maggio al 12 giugno 1945, migliaia di cittadini italiani vennero fatti sparire nelle foibe carsiche e nei campi di prigionia oltre confine senza che apparentemente nessuno muovesse un dito per fermare un simile abominio. Non sta a noi entrare nel merito di una strage così orrenda. Resta il fatto che, a danni ormai compiuti, intervenne l’esercito britannico di liberazione che impose a Trieste il suo controllo, instaurando il famoso Governo Militare Alleato in attesa di capire le sorti di quella fetta di territorio così a lungo contesa. Nel 1954, a seguito dei trattati che sancirono definitivamente l’allocazione della linea confinaria, la presenza del Governo Militare Alleato cessò la sua attività: Trieste era definitivamente italiana. Le manifestazioni di giubilo della popolazione videro l’ingresso dei nostri militari che arrivarono a bordo della prima autocolonna nelle prime ore del 26 ottobre 1954: e chi furono questi militari? Proprio le guardie di P.S. del 2° Reparto Celere di Padova che stabilirono la propria sede operativa all’interno di una vecchia caserma austriaca nel quartiere “San Giovanni”, tuttora deputata a nostra Scuola Allievi. Nelle testimonianze raccolte sui vari quotidiani, il 2° Celere lasciò indelebilmente un segno di stima e rispetto nella cittadinanza proprio grazie all’abnegazione con cui i suoi uomini si adoperarono nelle tediose vigilanze ai blocchi di confine e alla risoluzione delle mille piccole e grandi difficoltà quotidiane.

Il 2° Celere di Padova fu il primo Reparto impegnato esclusivamente per compiti di ordine pubblico e di soccorso pubblico. Il 1° Celere di Roma e il 3° Celere di Milano, pur nella loro originaria costituzione per i medesimi compiti, videro il proprio personale molto spesso distolto per il necessario e preponderante impiego nel controllo del territorio alle dipendenze delle rispettive questure. Fu proprio per un simile motivo che il 2° Celere di Padova iniziò ben presto a girare l’Italia: non si contano le infinite aggregazioni in tutto il nord del Paese (quasi in pianta stabile a Torino, Milano, Genova)… I militari risposero con uno sforzo encomiabile anche e soprattutto sul piano personale, spediti lontano dalle proprie famiglie e spesso gettati allo sbaraglio in situazioni di elevato stress operativo delle quali venivano appositamente tenuti all’oscuro. Un esempio su tutti, la manifestazione politica di Genova del giugno 1960: siamo in pieno governo Tambroni, un “monocolore” DC che si regge su appoggi del Movimento Sociale. A Genova alcuni esponenti missini decidono di tenere il loro congresso annuale, suscitando l’esplosione di sdegno di ex partigiani, portuali e cittadini appartenenti ad una città comunque di opposto orientamento politico. Lungi dal fare marcia indietro, il Movimento Sociale decide ugualmente effettuare il congresso; inevitabile il proclamo di una contromanifestazion e di schieramento opposto. A Genova vengono fatti confluire migliaia di Agenti: da Padova si mosse l’intero Reparto Celere; tutti i militari furono consegnati nelle proprie caserme in un clima di autentico colpo di stato.
E siccome la storia a noi italiani non insegna mai niente, come per il G8 del luglio 2001, così per la manifestazione del giugno 1960 successe il finimondo. Essa degenerò subito in cruenti scontri con la Polizia: in piazza De Ferrarsi il capitano Ludei fu quasi annegato nella fontana mentre numerosi altri militari vennero feriti anche in modo grave. Una guardia, oggi felice e fortunato appuntato in quiescenza, riportò una ferita alla gola per un colpo di refia, quel grosso uncino che i portuali usavano per scaricare i sacchi di juta dalle navi. Voci non confermate dissero che i poliziotti furono mandati in piazza senza cartucce nelle pistole: c’è chi dice che è vero, c’è chi invece lo nega…. Sta di fatto che, il mese successivo, nel corso di analoghi scontri a Reggio Emilia, vi furono sparatorie che lasciarono a terra 5 morti tra i manifestanti e un numero imprecisato di feriti tra i poliziotti.
Non deve stupire una simile acrimonia negli scontri di piazza. L’ordine pubblico di allora si caratterizzava per il vistoso squilibrio tra le proteste portate in strada e il modo con cui le stesse venivano attuate: da un lato cittadini esasperati, dall’altro militari che fino a qualche anno prima sparavano agli invasori nelle trincee; in mezzo, la pressoché totale mancanza di disposizioni operative che modulassero la repressione adattandola alla reale situazione che si prospettava. Solo negli anni successivi e fino all’esplosione del Sessantotto, quando vennero protocollati schemi di intervento specifici e i Reparti furono dotati di mezzi di repressione meno invasivi quali l’idrante, i morti di piazza quasi si azzerarono.

Il 2° Celere trovò lustro e riconoscimenti ufficiali anche in tema di soccorso pubblico, a partire dai primi Anni ’50 con l’alluvione del Polesine. In assenza di un moderno concetto di protezione civile, il Reparto di Padova si adoperò senza risparmio di energie di fronte ad un evento calamitoso di proporzioni devastanti. Da quegli anni, le attrezzature e i mezzi specificamente adibiti al soccorso pubblico vennero incrementati vistosamente, tanto da collocare tale Reparto ai vertici nazionali quanto a preparazione e disposizione logistica.    Lo si vide in altre tristi occasioni: Vajont 1963, Firenze 1965, Belice 1968, Irpinia 1980. In tutte queste occasioni – ma precipuamente in quella del Polesine – le guardie pagarono un elevato tributo di sacrifici personali per soccorrere le popolazioni sinistrate. E’ rimasta agli annali del Reparto la sorta di autotassazione che i militari volontariamente attuarono tra di loro per procurare il latte per sfamare i piccoli e i neonati sopravvissuti all’esondazione del Po.

Il 2° Celere fu innalzato agli onori della gloria anche sotto il piano atletico e sportivo. Ancora una volta un simile risultato lo si deve attribuire proprio a lui, il Maggiore Gaetano Genco, il quale – per far mantenere ai propri uomini una preparazione fisica di elevato livello – impose loro la pratica di sport particolarmente duri. E i risultati non tardarono ad arrivare: nelle Olimpiadi 1960 ben 6 atleti del 2° Celere trovarono posto sul podio nelle discipline di lancio del peso, lancio del giavellotto, lancio del martello, sollevamento pesi, lotta greco-romana e atletica leggera; ulteriori premi arrivarono poi dalla pratica dello sci e dal vero e proprio fiore all’occhiello del Reparto, la sua squadra di rugby che fornì alla Nazionale italiana elementi validissimi che innalzarono ulteriormente il prestigio della nostra Polizia.

Tanto i Comandanti tenevano all’onore e al prestigio del 2° Celere di Padova che, quando capitava la “mela marcia” a macchiarne la reputazione, questa veniva invitata senza clamore a rassegnare le proprie dimissioni dal Corpo. Anche qui, illuminante è la testimonianza dell’allora Capo Scrivano di Maggiorità, l’equivalente dell’attuale Aiutante Maggiore:

“Capitò di una guardia che si rese responsabile di un grave reato penale, il furto di materiale lettereccio che poi rivendeva all’esterno della caserma. Il signor Comandante mi convocò nel suo ufficio e, consegnandomi una richiesta di dimissioni dalla Polizia, mi disse: ‘’Maresciallo, noi di questo giovane non vogliamo più saperne niente. Provveda che lasci la caserma entro le 16 odierne’’. Convocai a mia volta il militare, gli presentai la richiesta di congedo ed egli, senza una parola, la firmò e si scusò per la sua stupidaggine”.

Questo era l’onore che nel bene o nel male contraddistingueva il Poliziotto del 2° Celere: il Reparto prima di tutto. E non a caso esso venne scelto alla fine degli anni ’60 per la costituzione di una Compagnia di specialisti deputata al contrasto del banditismo in Sardegna: i “Baschi Blu”. Essi vennero inviati nella caserma di Abbasanta non appena il Ministero si rese conto che la situazione sull’isola era diventata fuori controllo, con morti e feriti a cadenza quotidiana. Le foto e gli aneddoti che puoi trovare sul sito www.baschiblu.it valgono più di mille parole, soprattutto alla luce del fatto che tre nostri Colleghi furono uccisi il due distinti conflitti a fuoco con i banditi sardi. In tali occasioni, non uno dei nostri ragazzi si arrese: lo spirito di corpo del nostro Reparto li fece unire ancora di più e nessuno di loro interpretò come una resa quando il Ministero li fece rientrare definitivamente a Padova, decretando lo scioglimento della Compagnia.

Poi arrivarono gli Anni ’70. Anni oltremodo difficili per la Polizia che, alla lotta quotidiana contro il terrorismo eversivo e la criminalità sempre più agguerrita, dovette aggiungere contrasti interni sempre più accesi e fomentati da una parola che aveva in sé del misterioso e dell’affascinante: la smilitarizzazione del Corpo. Un tale passo era avvertito sempre più come necessario per rendere la Polizia davvero moderna e aderente alle esigenze del cittadino che ora non veniva più visto come passivo destinatario di ordini e imposizioni, ma come un entità da trattare e gestire sul piano paritetico. Una Polizia senza stellette era vista anche come unica soluzione alle sempre più pressanti richieste di miglioramenti del trattamento economico e personale, quest’ultimo legato ad un regolamento di servizio di quasi quarant’anni prima. Si pensi solo alle disposizioni in materia di matrimonio di un Poliziotto: non poteva essere contratto prima di otto anni di servizio; doveva essere sottoposto al vaglio autorizzativo del Dipartimento della P.S. al quale doveva essere inviato anche lo status familiare della promessa sposa; il sacerdote doveva rilasciare una sorta di nulla osta da esibire al portiere d’albergo in cui avrebbero alloggiato i due per il viaggio di nozze… Insomma, un sistema intero di gestione del personale era stato messo in crisi proprio da quel movimento rivoluzionario di protesta scaturito dal “Maggio francese” e che – preso nella sua parte “buona” – insegnò a tanti a pensare con la propria testa. Ma la smilitarizzazione del Corpo faceva troppa paura ai nostri vertici che probabilmente non erano ancora pronti ad un simile passo nel timore di perdere il controllo sull’istituzione più importante del Paese.
Chi ha vissuto quegli anni si ricorderà benissimo il clima definito da “carbonari” con cui le guardie iniziavano a discutere di sindacalizzazione e smilitarizzazione. Una testimonianza su tutte, resa da una guardia oggi Sostituto Commissario ancora in servizio, può aiutare a capire:

“Nei primi anni ’70 avevamo avvertito tutti la necessità di organizzarci in sindacati di base, lasciando perdere inutili iniziative personali che erano destinate a cadere nel vuoto, con gravi ripercussioni disciplinari e penali a carico dell’autore di questi gesti. Ma il sospetto era tanto: ci dovevamo guardare non solo da una scatenata squadra politica della questura che stava schedando ogni poliziotto favorevole alla sindacalizzazione del Corpo, ma anche dai singoli colleghi, con i quali non si sapeva mai come iniziare il discorso, temendo di trovarci davanti ad uno dei tanti militaristi ancora convinti. Mi ricordo che all’epoca – ero in servizio al Reparto Celere di Padova – ci trovavamo a discutere di tali argomenti con i colleghi incontrandoci “casualmente” lungo l’argine del canale Scaricatore, con la scusa di portare a spasso il cane”.

Ed è proprio il 2° Celere di Padova che nel 1976 torna alla ribalta delle cronache nazionali per l’esplosione mediatica di quello che venne da tutti definito il “caso Margherito”, forse la “spallata” decisiva che spianerà la strada verso la smilitarizzazione del 1981. Un breve cenno è necessario, specificando che sull’argomento si è tenuto un processo e che tutti gli atti sono oggi consultabili addirittura su internet, quindi non si svela nulla che non sia già noto o comunque conoscibile. Salvatore Margherito il 1°ottobre 1975 approda come giovane Tenente di P.S. al 2° Reparto Celere, dopo avere frequentato il corso di formazione quadriennale presso l’Accademia degli Ufficiali di P.S. di Roma. E’ un Ufficiale giovane, dinamico, intraprendente e, soprattutto, si dimostra fin dall’inizio attento ai segnali di malumore sempre più forti provenienti dai suoi sottoposti, con i quali instaura un rapporto diretto che passa ben presto dalla collaborazione all’amicizia. Questo lo porta subito a mettersi in cattiva luce con gli altri Ufficiali e con il Comandante del Reparto. Il legame tra Margherito e le guardie – cosa fino ad allora inconcepibile – diventava con il tempo sempre più forte: ad esempio, il Capitano disdegnava la mensa ufficiali, preferendo consumare i pasti seduto al tavolo con la truppa; le stesse guardie, dopo la diffidenza iniziale, capirono di avere trovato un referente solido in questo Ufficiale che stava diventando il portavoce della loro insofferenza. La testimonianza di un Sottufficiale, come sempre, vale più di mille parole:

“Un pomeriggio – sarà stato il 1975 o i primi mesi del 1976 – stavamo rientrando al reparto con 4 squadre dopo avere passato tutta la sera, la notte e parte della mattina precedente in servizio di o.p. a Venezia, senza avere mangiato e senza avere dormito. Giunti al casello autostradale di Padova Est, il capitano Margherito – comandante del contingente – fu contattato via radio dalla caserma, ricevendo l’ordine di tornare immediatamente a Marghera con tutti gli uomini per un improvviso sciopero degli operai del petrolchimico. Accadde l’inferno: le guardie bloccarono i mezzi fuori dell’autostrada, rifiutandosi di obbedire agli ordini. Via radio, il capitano Margherito – tra lo stupore generale – contestò  vivacemente le disposizioni ricevute, comunicando che sarebbe rientrato comunque al reparto con tutti gli uomini e che a Marghera avrebbero dovuto inviare altro personale. E così fu fatto”.

Ma Margherito va oltre. Non trovando il minimo appoggio tra gli altri Ufficiali, inizia a criticare apertamente la legittimità degli ordini che riceve, ritenendoli spesso non commisurati alla reale entità della situazione. Ecco uno stralcio della sua deposizione al processo che lo vedrà di lì a poco imputato:
“Prendiamo la circostanza di Roma. Mi ricordo che stavamo al palazzo dello sport all’EUR, per il congresso della DC. Tutto il palazzo era circondato da ingenti forze di polizia con elicotteri che sorvolavano la zona, squadra politica, staffette della polizia stradale; c’era addirittura la Guardia di Finanza e nonostante tutto un gruppo di extraparlamentari, così definiti, si incanala e si avvicina verso l’ingresso principale del palazzo dello sport. Lì all’improvviso, venne il funzionario e mi ricordo che disse: “Per favore, tenente, appronti gli uomini che forse ci sarà un intervento”. Io appronto gli uomini come prescritto da consegna, lasciando una aliquota per difendere i mezzi, prendendo quelle misure normali… Appena questi manifestanti hanno accennato ad uno slogan, si avvicina un signore in borghese e grida: “Caricate, caricate, s*****i!”. “Ma lei chi è?”. “Non si preoccupi. Carichi, carichi! Li ammazzi di botte!” Sono rimasto esterrefatto. “Si qualifichi. Chi è?”. “Ah, io sono il vicequestore tal dei tali” […] Sono circostanze documentate. E’ un mio rapporto presso la caserma. Tra quello che gridava “caricate”, l’altro che diceva “calma”, c’è stato un attimo di incertezza e questi signori sono scappati tutti. […] Non lo diede neanche a me, ma direttamente alle guardie questo incitamento. Infatti, cosa successe? Che ci fu una cosa affrettata data la nostra indecisione, perché c’era indecisione del commissario di fianco a me, perché neanche lui in coscienza vedeva l’utilità di questa azione di forza. […] Tutto il servizio d’ordine del partito tra cui lo stesso commissario che era con me prima e si era manifestato indeciso fino all’ultimo, scavalcarono le transenne… e li massacrarono di botte. Io feci presente al vicequestore: “Scusi, non credo sia corretto il vostro comportamento!”. “No, non si preoccupi, sono affari nostri”. “Ma come sono affari vostri?” Gli uomini riuscirono a scappare e restò soltanto una ragazza tutta insanguinata. Quindi, ordinai, nonostante tutto di eseguire una seconda carica e qualche manganellata se la beccò anche qualche funzionario in testa, qualche carabiniere e tutti i congressisti della democrazia cristiana. Quella ragazza la feci mettere su una macchina e trasportare all’ospedale…”.
La stampa inizia a prestare attenzione alla figura di questo Ufficiale. Che parla, capendo di essere sulla strada giusta per scardinare un sistema poliziesco vecchio e superato. Ancora lui, in un’intervista resa al Gazzettino di Padova, dice:

“Il nostro è un mestiere violento, ma non vogliamo più mettere a ferro e fuoco le città; vogliamo inserirci nella realtà che ci circonda”.

La misura è colma. Il Comando del 2° Reparto Celere capisce di avere a che fare con una “scheggia impazzita”, insensibile a ramanzine e provvedimenti disciplinari, e lo denuncia alla Procura Militare per attività sediziosa. Il 24 agosto 1976, il Capitano Margherito viene arrestato e rinchiuso nel carcere militare di Peschiera del Garda. Ma quella che sembrava per i vertici del reparto la mossa più giusta per stroncare sul nascere la diffusione di idee ritenute sovversive tra i militari, ben presto si trasforma in un boomerang per lo stesso Comando: al processo – che inizia il 15 settembre 1976 e che, secondo le previsioni, doveva chiudersi poco dopo – Margherito parla e squarcia un velo sulla realtà fino ad allora sconosciuta del “2° Celere”.
La stampa va a nozze; il caso diventa politico, con Marco Pannella in prima linea a difendere il giovane Capitano da quello che veniva interpretato come un linciaggio personale e professionale: partono raffiche di interrogazioni parlamentari e la faccenda assume proporzioni nazionali, sicuramente imbarazzanti per il Comando e per il Ministero dell’Interno. La Procura Militare tenta in tutti i modi di zittire l’Ufficiale – che ormai è un fiume in piena – e gli “appioppa” anche le accuse di violata consegna e diffamazione delle autorità militari, accuse gravissime la cui condanna avrebbe portato, oltre alla carcerazione, anche alla radiazione del Capitano Margherito dal Corpo delle Guardie di P.S..
Al processo sfila una serie di testimoni che cercano di screditare la figura di Margherito, facendolo passare per un sovversivo, fornendo risposte spesso preconfezionate, tutte uguali nella forma, anche troppo pronte: qualcuno arriva a rispondere prima ancora che il Presidente del Tribunale apra bocca. Altro errore madornale: nella fretta di scaricargli addosso la responsabilità di determinati fatti avvenuti nei vari servizi di o.p., il Comando è costretto a divulgare i metodi spesso poco ortodossi con cui si addestravano le guardie e con cui si reprimevano le manifestazioni. E’ il famoso “caso” dei tondini di ferro inseriti nei manganelli e delle fionde distribuite ai militari prima di andare in servizio, la cui responsabilità viene attribuita interamente al Capitano Margherito, quasi a dimostrare che il Comando non ne sapesse niente. Ma Margherito non molla, si difende con determinazione e sempre con lo stile garbato che si addice ad un Ufficiale di Polizia: le foto pubblicate sui quotidiani dell’epoca ci mostrano l’Ufficiale sempre attento all’assetto formale, con l’uniforme d’ordinanza perfettamente in ordine, mentre fa il saluto alla visiera all’ingresso del collegio giudicante, di cui egli in realtà non aveva più fiducia.
In piazza vengono organizzate dal partito radicale numerose manifestazioni per la liberazione del Capitano Margherito e per la smilitarizzazione della Polizia, con Marco Pannella che in sede parlamentare si espone in prima persona:
“Il presidente del Consiglio, il ministro della Difesa sappiano che ogni giorno in più di carcere del capitano Salvatore Margherito, ogni giorno che passerà senza che la Procura militare di Padova gli conceda il proscioglimento o la libertà provvisoria, vedrà crescere la mobilitazione delle forze democratiche con conseguenze da attribuire alla loro diretta responsabilità di governo”.
Il processo si conclude il 28 settembre 1976: il Capitano Salvatore Margherito viene condannato a 1 anno, 2 mesi e 20 giorni di carcere militare, sospeso dal servizio e dal grado. Ma la strada per la smilitarizzazione, aperta a proprie spese da questo giovane Ufficiale, è percorsa a partire da quel momento da tantissimi sostenitori, militari, privati cittadini, politici. Dopo mille polemiche verso una sentenza definita da molti “lunare” e dopo ricorsi in sede giudiziaria, il Capitano verrà scarcerato e reintegrato nel ruolo ricoperto, potendo così proseguire la propria carriera nella Polizia: attualmente è stato nominato Questore, raggiungendo così le qualifiche apicali del suo ruolo.

E oggi, a sessant’anni di distanza dalla sua fondazione, che cos’è il 2° Reparto Celere di Padova? Sì, perché guai a chiamarlo Reparto Mobile, anche dopo l’eliminazione dell’antica denominazione avvenuta nel 1985!
E’ un Reparto che – per esperienza personale – non ha perso nulla del suo antico smalto.
E’ un Reparto modernissimo, ma sempre attento al suo passato, tanto da coniare un distintivo appuntato sulla giacca della divisa ordinaria e riportante i due scudetti di specialità: quello azzurro con la scriita “Reparto Celere” e quello cremisi con la scritta “Reparto Mobile”, con le rispettive date di fondazione.
E’ un Reparto dove lo spirito di corpo si respira ancora a pieni polmoni, migliore garanzia di successo del suo inconfondibile “stile”  tramandato dalle “vecchie” generazioni di ex guardie ai novellini, in gergo chiamati “pinguini” a causa del loro camminare impacciato non appena indossata per la prima volta l’Uniforme.
E’ un Reparto che pretende tutto dai suoi dipendenti, anche se oggi i servizi sono decisamente meno alienanti di quelli del recente passato; ma che in cambio offre altrettanto nel venire incontro alle esigenze personali del singolo dipendente.
Soprattutto è un Reparto al quale sarò personalmente grato per avermi formato come Uomo e come Poliziotto, facendomi amare questo lavoro anche se spesso il piatto di minestra che ti propina è amaro, freddo o senza sale; facendomi amare i miei colleghi come Fratelli e facendomi sentire la Polizia di Stato come la mia seconda casa.

2° Reparto Celere di Padova, 60 anni di età. Ancora un ragazzino.