“Polterra 18” – Un giorno come gli altri! –


“Polterra 18”
– Un giorno come gli altri! –

Storie di Ordinaria Polizia

Questa storia inizia in una tiepida mattina di tarda primavera in una città di confine italiana, una delle tante disseminate lungo il nord. Quale essa sia, non ha importanza: questa storia potrebbe essere capitata ovunque. E a chiunque.
Ci sono due agenti in servizio presso uno dei tanti valichi confinari: quella mattina effettuano il consueto servizio 7-13 comandati di pattuglia linea confinaria. E’ un bel servizio, quello della pattuglia: quasi 40 km di territorio da sorvegliare, a tratti lungo i boschi, in altri attraversando paesini dove il bilinguismo è un dato di fatto oggettivo, non solo un’espressione geografica. L’immancabile sosta-panino a metà mattinata presso il solito “casolino” che ogni volta ti farcisce il filone con un intero cinghiale. Poi, via di nuovo a bordo del Land Rover a controllare che non arrivino clandestini, a piedi o trasportati dal solito inqualificabile “passeur”. E’ un servizio ambito, quello della pattuglia: ti distoglie per un attimo da quei tediosi controlli documentali dentro i gabbiotti al confine, autentici forni in estate e altrettante ghiacciaie d’inverno.
La pattuglia “Polterra 18” esce in perfetto orario, dopo avere aiutato il capoturno a snellire il traffico veicolare in entrata stato: i consueti pendolari frontalieri che entrano in Italia per lavorare. La pattuglia ha anche un altro compito, per la verità residuale: oltre al pattugliamento del confine, offre ausilio alle volanti della questura in caso di necessità emergenti. Un altro pizzico di operatività che fa sentire i due agenti ancora più indispensabili.
Si inizia con i controlli ai valichi agricoli, raggiungibili solo in fuoristrada, alla ricerca di eventuali tracce di passaggio di clandestini: sono controlli da fare in modo attento, è fresca di pochi giorni la notizia secondo cui alcuni residenti hanno notato i passeur portare i clandestini in Italia imbracciando fucili mitragliatori. Dopo i valichi agricoli, tocca a quelli cosiddetti di “seconda categoria”, quei valichi transitabili cioè solo con il lasciapassare frontaliero: un rapido saluto al collega della Finanza che è appena arrivato e poi via di nuovo. Intanto il sole è già alto e scalda l’aria in modo piacevole. Ore 10:20, circa. La radio inizia a gracchiare in modo insistente: “Polterra 18, Polterra 18 da Bologna 47”. L’agente capopattuglia riconosce nella voce dell’operatore un tono insolitamente allarmato. La centrale invia la pattuglia in ausilio alle volanti per quella che all’inizio sembrava essere un’aggressione in casa: i due agenti si guardano, viene inserita la bitonale e la macchina raggiunge il posto in un attimo. Ci sono già 2 volanti e l’ambulanza del 118: i due agenti salgono le scale e raggiungono un modesto appartamento al cui interno sembra essere passato un tornado: piatti rotti, sedie rovesciate, un comodino lanciato fuori dalla camera da letto… “Questa non è stata solo un’aggressione” – pensa il capopattuglia – “qui c’è del metodo criminale”. E non si sbaglia: a terra, circondata dai sanitari, c’è una donna: avrà sì e no 35 anni ma il viso è ridotto a una maschera di sangue. E’ cosciente, ma in stato di shock, urla frasi senza senso, cerca di alzarsi. I medici riescono a sedarla e solo allora quegli incomprensibili farfugliamenti si traducono in una frase che mette i brividi:
“La mia bambina! Dov’è la mia bambina?!”
Con calma i due agenti riescono a farsi spiegare che la donna era stata picchiata selvaggiamente dal marito con il quale ha in corso una causa di separazione: l’ennesima baruffa sfociata in un massacro. La bambina – la chiameremo Alice – in quel momento è all’asilo, ma sua mamma teme che il padre la vada a prendere per portarla via, da qualche parte, lontano. O, peggio, che le faccia del male. Velocemente viene trascritto tutto sull’agenda, ma il capopattuglia – uno che nonostante la giovane età di servizio, il suo lavoro lo sa fare bene – chiede alla centrale operativa un ulteriore accertamento: da questo risulta che l’uomo detiene tre fucili da caccia e una pistola. Mentre una volante si precipita in casa del ricercato, la Polterra 18 raggiunge l’asilo dove Alice, 4 anni e mezzo di età, era stata portata alle 8:30, prima dell’inferno. Lo sguardo smarrito di una delle assistenti fa da contorno alla frase: ”Ma il signor X è passato poco fa a prenderla, come fa di solito…”. Ed è subito panico. Panico che sfocia in autentico terrore quando la volante che gli è andata in casa, dopo avere abbattuto la porta, accerta che dalla rastrelliera in salotto manca un semiautomatico calibro 12, la cartucciera e lo zaino da cacciatore. L’allarme rimbalza subito a tutte le Forze di Polizia: vengono bloccati i valichi confinari, viene allertato il collaterale organo di polizia estero che mette subito a disposizione unità cinofile e un elicottero. E’ il questore stesso a prendere in mano la situazione, dirigendo per radio le operazioni. L’area di ricerca nel quadrante italiano viene divisa in settori in cui si concentrano Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Forestale; viene messo in allerta anche il soccorso alpino, nel timore che il soggetto si sia addentrato in zone montagnose impervie. Per tutti l’ordine è tassativo: massima prudenza e nessuna iniziativa personale. Vengono indossati i giubbetti antiproiettile e i caschi super-uboot: le pattuglie per strada sembrano composte da marziani che la gente scruta incredula: “Ma cosa succede?” “Niente, signora, stia tranquilla…”.
All’improvviso, proprio la Polterra 18 raggiunge la fine di una stradina che muore a ridosso del bosco e trova quella Passat SW nera segnalata come in uso al ricercato. E’ ferma, regolarmente chiusa a chiave e parcheggiata ai lati di una piazzola da cui parte un sentiero che si addentra nel bosco, verso il confine. Il motore è ancora caldo. La nota rimbalza per radio: “Polterra 18 da Quarto 1, attendete rinforzi e non muovetevi da lì!” risuona perentorio il Grande Capo. I rinforzi arrivano come le frecce, nel cielo si ode l’andirivieni del Poli 74 levatosi in volo da poco. Arriva l’Ispettore coordinatore e dispone un piano di ricerca “a pettine” lungo il bosco: nella zona sono state convogliate nel frattempo tutte le Forze di Polizia impegnate fino a quel momento. E si comincia. I due agenti – assieme agli altri – iniziano ad arrancare su per il bosco, spalla a spalla, con quel giubbotto antiproiettile che li fa sudare come cavalli da tiro e il super-uboot sempre più pesante, con la visiera che si appanna ad ogni respiro. Uno sguardo avanti, dietro ad ogni albero, ad ogni cespuglio… Uno sguardo di lato per vedere di non andare troppo avanti rispetto alla linea di avanzamento dei colleghi. Quarto 1 ordina il silenzio radio, ogni comunicazione non indispensabile viene interrotta. Il bosco scorre monotono, in un continuo saliscendi in cui i rovi si attaccano all’uniforme e la cinghia del mitra M12 si impiglia ad ogni ramo.
E poi tutto succede all’improvviso. Scollinando da un promontorio, i poliziotti arrivano proprio alle spalle del ricercato. Sta camminando tranquillo, lo zaino in spalla e Alice per mano, quasi fosse in una tranquilla escursione domenicale in cerca di funghi. Ma in una gita domenicale non ti porti dietro anche lo schioppo, l’unico elemento che stride con la situazione e che fa la sua maligna apparizione in spalla all’uomo, a fianco dello zaino. Te la ricordi la frase che l’istruttore di tiro ti ripeteva insistentemente come una litania durante il corso, vero? “P.R.P.S.: Prima Riparati, Poi Spara!”. Ognuno dei poliziotti trova un riparo di fortuna costituito per lo più dai tronchi degli alberi. Il capopattuglia della Polterra 18 è quello che è più vicino all’uomo e alla sua bimba: si ripara dietro il tronco di una robinia e gli punta la Beretta, il colpo in canna e il cane armato. La visione dell’uomo attraverso la tacca di mira si fa nitida, l’agente lo vede muoversi come al rallentatore. Tutto intorno volano le intimazioni ad arrendersi, le solite frasi che senti dire nei film. E sempre al rallentatore, l’uomo si gira verso l’agente, tirando Alice davanti a sé tra le sue gambe. La bambina appare frastornata, non capisce chi siano quelle persone con quei buffi caschi; ma le armi, quelle le riconosce anche lei… L’uomo dice qualcosa, campasse mille anni il capopattuglia della Polterra 18 non si ricorderà cosa. E poi c’è quel semiautomatico: l’uomo parla pacato, la cosa che spaventa di più in quanto indice di ferrea determinazione sconfinata in follia. Il semiautomatico si muove: dalla spalla passa a sotto l’ascella dell’uomo che, imbracciandolo, ne alza il vivo di volata proprio verso l’agente.
E qui la mente umana diventa puro istinto. Il terrore che attanagliava l’agente passa in un attimo, diventa sobrietà che si concretizza in un pensiero che rimane ancora oggi scolpito nella sua mente:
“Ecco, adesso questo spara… Adesso spara… Adesso spara… Se gli sparo io, come crescerà quella bambina?…”
E’ una frazione di secondo: oddio, se qui spara uno, sparano tutti….. E così come quel semiautomatico era stato puntato addosso, così l’uomo lo getta a terra, arrendendosi. Tutto quello che è successo dopo appartiene a un caleidoscopio di rumori, odori, colori che oggi, a distanza di 8 anni, risulta del tutto indecifrabile: rumore delle manette, le selettive delle radio, l’odore di sudore e di paura, i colori di quella mattina che rendono viva la tua vita…. Il capopattuglia della Polterra 18 si siede su un tronco abbattuto e rimane lì, con la pistola in mano, a fissare il terreno fino a quando qualcuno non lo sveglia da quell’imbambolamento che lo aveva avvolto.
Poi la questura, il casino più assoluto… Giornalisti, funzionari, mezzo mondo… E l’uomo ammanettato a una delle panche di sicurezza: è tranquillo, qualcuno gli ha dato una sigaretta che lui fuma con lente boccate. Il capopattuglia della Polterra 18 per l’ennesima volta gli passa accanto e lui lo chiama:
“Agente….”
“Dimmi, che vuoi?”
“Perchè non mi ha sparato?…. Speravo davvero che lo facesse….” L’agente lo guarda.
E capisce.
Al di là dell’imprescindibile aspetto professionale, sotto quello umano capisce la disperazione di un uomo che si è visto finito; un uomo che avrebbe barattato volentieri la sua vita piuttosto che perdere la sua famiglia.
Sono passati quasi nove anni da quel giorno. Quel giovane agente della Polterra 18 oggi è cresciuto: qualifica, professionalità, umanità…. Ma quella mattina di tarda primavera resterà marchiata nel suo animo come fosse successo ora. E non c’entrano nulla tutti quei discorsi sulla morte, sul fatto che ti vedi passare davanti tutta la tua vita… C’entra piuttosto un’esperienza che è andata oltre ogni conoscenza umana.
Questa è una storia vera. Questa è la vita che attende in strada ognuno di noi ogni giorno.

Gianmarco Calore- Poliziotto – 23/04/2009