La Polizia e i suoi parenti scomodi


La Polizia e i suoi parenti scomodi

-perchè un suicidio è un evento scomodo, “imprevedibile” e costoso-

Oggi ci troviamo per l’ennesima volta a piangere un nostro Collega che ha deciso di porre fine ai suoi giorni. Ogni volta che succede un fatto simile – e ultimamente succede fin troppo spesso… – si rinfocola quel vespaio fatto di polemiche, critiche, sdegno e recriminazione che va a popolare la pagina di qualche forum per alcuni giorni, per poi ripiombare nell’oblio.
Fino alla volta successiva, quando tutto si ripropone nella sua drammaticità. Vista così, sembra un fuoristrada che cerca di togliersi dal pantano: ma più accelera, più sprofonda. E le grida di aiuto dei suoi occupanti restano puntualmente inascoltate: sono le urla nel silenzio.
Trattare la storia dei nostri Caduti di tutte le epoche mi ha portato più volte a scontrarmi con una realtà tenuta da sempre volutamente sommersa: quella dei suicidi. Più andiamo indietro nel tempo, più questo fenomeno era facilmente controllabile e gestibile mediaticamente dai vari comandi e dal Ministero: la stampa era poca, le notizie filtravano col contagocce, nessuno si azzardava a sollevare polveroni che avrebbero avuto come unico esito quello di offuscare la carriera del singolo poliziotto.
Sindacati non ce n’erano, la vita militare obbligava ad una muta rassegnazione di fronte a gesti che hanno sempre fatto parte del nostro ambiente, vuoi per la vita peregrina che vi si faceva con le stellette, vuoi per situazioni personali che sfuggivano ad ogni facoltà di controllo anche quando i controlli erano molto più attenti di ora.
Ma oggi, nell’era di internet e dell’informazione plug-and-play, nessuno riesce più a controllare e gestire questa piaga che negli ultimi anni è dunque emersa in tutta la sua devastante drammaticità e attualità. La sensazione che è stata percepita ai “piani alti” è stata quella di un immediato imbarazzo, come il bambino sorpreso con le dita nella marmellata o l’amante scoperto nel talamo nuziale a brache calate.
Ancora una volta le figure istituzionali dalle quali ci si aspetterebbe un aiuto concreto hanno fatto orecchie da mercante, preferendo un silenzio stile tutto-bene-non-è-successo-niente ad un’effettiva collaborazione con la truppa per trovare una soluzione o quantomeno una via di ascolto che non sia fatta solo di parole. Perchè il Poliziotto che si suicida viene ministerialmente considerato come un parente scomodo della nostra grande famiglia, alla stregua di quella vecchia zia arrogante e dal fiato pestilenziale che si cerca di incontrare solo proprio quando è necessario: a Natale, a Pasqua, ma non di più… Ci si ostina a voler ricercare soluzioni all’avanguardia continuando invece a sottovalutare proprio quella “base” fatta da tanti onesti Agenti che quotidianamente collaborano tra loro e che sono magari i primi a notare situazioni di disagio o essere a conoscenza di problematiche personali particolari. Quante volte negli interminabili turni il collega si è lasciato andare a confidenze circa eventi di vario genere che gli stanno rendendo la vita impossibile? I soldi che non bastano, il figlio che forse ha iniziato a drogarsi, il sospetto che la moglie lo tradisca con un altro, la paura di una grave malattia propria o di un congiunto… La lista potrebbe continuare all’infinito. E noi ad ascoltare, pervasi da quel senso di impotenza di chi non ha gli strumenti adatti per aiutare il nostro Fratello, consapevoli solo del fatto che ricorrere alle vie gerarchiche significa soltanto una cosa: aspettativa a metà stipendio, cioè l’aggiunta di un problema a un altro problema.
Molti diranno: non è vero che non è stato fatto nulla. Vi hanno fornito della figura assistenziale del “pari”, quel collega opportunamente formato e teoricamente in grado di fornire supporto psicologico in un momento di fragilità che tutti noi (e dito proprio TUTTI!) abbiamo passato in un momento particolarmente buio della nostra vita. Siamo esseri umani, non robot: questo probabilmente è ciò che sfugge ai nostri capi. La mentalità dominante è ancora quella secondo cui la nostra Uniforme è uno scudo infrangibile per tutto, anche per la depressione.
E quando questa nonostante tutto colpisce l’Uniforme (non l’Uomo o la Donna, ma l’Uniforme…), l’unico aiuto possibile si chiama aspettativa: via la pistola, via le manette, via il tesserino e di corsa alla Commissione Medica Ospedaliera, una sorta di lazzaretto in cui il Collega viene lasciato a mo’ di lebbroso, scaricando la rogna ad altri enti che si assumeranno la responsabilità sul suo futuro lavorativo. La figura del “pari” è stata malamente scopiazzata da analoghe figure della Polizia estera, americana e tedesca, prendendo da essa ben poche cose e finendo quindi per svilire questo importantissimo ruolo. Il nostro “pari” innanzitutto NON è uno psicologo, men che meno un medico: ha semplicemente la facoltà di ascolto (già di per sé importante), ma non ha i mezzi effettivi per aiutare coli il quale gli si rivolge. Si finisce in quel circolo vizioso per cui comunque il “pari” deve riferire per via gerarchica, finendo a un certo punto – e suo malgrado – per abbandonare il Collega nelle mani di altre figure istituzionali. Con le conseguenze già viste.
Inoltre, il “pari” mette a disposizione le proprie esperienze per offrire un appiglio e una via di riflessione al singolo: queste esperienze sono state indirizzate però più sul piano di traumi lavorativi che non personali. Quindi, conflitti a fuoco, ferite subite o arrecate, decessi, incidenti stradali in servizio e altri eventi simili. Nulla si è fatto per gestire una depressione. E prima ancora di essa, la diffidenza che porta il Collega a chiudersi ulteriormente in se stesso spingendolo in una spirale involutiva che lo porta ad allontanarsi da quello che dovrebbe essere un porto sicuro in cui trovare conforto e ristoro.
Conforto e ristoro che il Collega cerca e trova più volentieri confidandosi informalmente con il suo compagno di pattuglia o con il dirimpettaio di scrivania, con il quale molto spesso c’è prima una solida e rodata amicizia e poi il rapporto lavorativo. Una sorta di padre confessore privo tuttavia di poteri assolutori e quindi non in grado di placare i tormenti interiori.
La soluzione più idonea era stata già prospettata: dotiamo ogni Questura di uno psicologo che sia svincolato professionalmente e istituzionalmente dai nostri ruoli. Un professionista che sia realmente a disposizione di tutti noi senza timori di nessun tipo: non un untore, ma un’ancora di salvezza che con la psicoterapia aiuti e non discrimini. Lo fanno già in molti altri Stati, perchè non anche da noi? Semplice: non ci sono i fondi necessari.
E allora è più conveniente per il nostro ministero piangere in silenzio ogni suicidio, facendo finta che non sia successo e magari cercando “colpe” che esulino dal servizio, un po’ come Ponzio Pilato quando ha consegnato Cristo al carnefice. E’ più conveniente continuare a considerare questi Fratelli come parenti scomodi da relegare nell’angolo buio del desco imbandito che sfama l’intera categoria.
Continuiamo a negare il problema, o comunque a ridimensionarlo. Ma impariamo anche ad accettare le conseguenze di un simile scellerato atteggiamento.

Gianmarco Calore – Poliziotto 19/03/2010