Umiltà significa anche senso di responsabilità


Umiltà significa anche senso di responsabilità

– Quando la superficialità aumenta la tragedia, Elisa Claps era lì, nel luogo in cui tutto era cominciato –

Grande lavoro e grande responsabilità, per chi crede davvero in un lavoro come questo; oneri e onori da rispettare sempre per non finire nelle forche caudine della magistratura, dell’opinione pubblica o del corpo di appartenenza.
I richiami ufficiali alle responsabilità derivanti dalla funzione ricoperta dagli uomini delle forze dell’ordine sono, probabilmente, sempre troppo pochi e in particolar modo negli ultimi anni, visto anche il disinteresse morale dell’istituzione nei confronti dei propri appartenenti e viceversa.
Un reciproco senso del rispetto e del dovere che è andato via via scemando per quel malsano concetto che, tanto, se sbagli, ci penserà chi di dovere (magistrati, giornalisti, pubblica opinione) a punirti.
L’ultimo richiamo del signor Capo della Polizia Antonio Manganelli si è letto in occasione della tristissima vicenda di Gabriele Sandri morto su un autostrada per la poca “professionalità” da parte di un nostro collega della Polizia Stradale di Arezzo (…e dire poco professionale è per non essere offensivi o volgari).
Il richiamo del Prefetto Manganelli è da riferirsi all’uso dell’arma in dotazione personale e alla scrupolosa osservazione delle leggi sull’opprtunità di utilizzare la stessa.
Un richiamo quasi superfluo dato che, è noto da anni, la fida Beretta 92 è uno strumento che legalmente è quasi del tutto inutilizzabile negli scenari operativi più comuni….ma non è di questo che voglio parlare.
Oneri e responsabilità, dicevamo, perchè non è possibile circoscrivere un settore, un ambito ma si deve abbracciare in tutti i sensi l’operare quotidiano in senso quasi totale dell’operatore di polizia.
Una responsabilità che in determinati ambiti investigativi deve essere condivisa proporzionalmente alle proprie funzioni e compiti di concerto con la magistratura che, come ogni organo “umanamente” organizzato non può prescindere dalle medesime dinamiche che stanno alla base degli organi inquirenti di cui si avvalgono.
Se di responsabilità, di onori, di umana organizzazione vogliamo parlare non possiamo in questi giorni riflettere sul caso di Elisa Claps morta a potenza nel 1993 di cui i resti mortali sono stati “casualmente” rinvenuti all’interno delle mura di quella chiesa da cui, già dai primi riscontri investigativi, sembrava essere cominciata la triste vicenda che, in quello stesso plesso, ha visto evidentemente consumarsi il tristissimo epilogo.
Anni di indagini, di indagati “estranei ai fatti”, di rumori di paese e di preti che forse sapevano già da qualche tempo dato che l’ultima notizia è che quel corpo era già stato rinvenuto dalle donne delle pulizie alcuni mesi fa.
Di questa inchiesta di cui ancora tanto si parlerà è notizia recente come un Agente delle Volanti, qualche mese dopo il tragico assassinio, venne a conoscenze per “sentito dire” che le spoglie della ragazza dovevano ricercarsi appunto all’interno di quella chiesa.
La notizia, pur non avendo vera e precisa fonte di riferimento, fu comunque messa nero su bianco così come la procedura penale e non solo impone.
Dal 1993 sono passati la bellezza di 17 anni: che fine ha fatto quella informativa ?
Perché non è stata più compiutamente vagliata ?
Cosa ha fatto desistere gli inquirenti a non operare, anche solo per eccesso di zelo, un sopralluogo di polizia scientifica più approfondito all’interno di quella chiesa ?
Voglio sperare che dalla disamina di quel fascicolo vecchio e impolverato possano scaturire elementi per cui non debba pensarsi all’ennesimo errore e sottovalutazione degli inquirenti perché, a questo punto, ci sarebbe da chiedersi se i richiami “morali” del sig. Prefetto Manganelli non debbano essere inviati anche e soprattutto per una maggiore cura negli accertamenti di PG.
Qualsiasi attività umana è soggetta a errore, l’uomo è un essere per definizione totalmente imperfetto ma i casi di errori da parte degli inquirenti cominciano ad essere davvero tanti.
La mente vola a Gravina di Puglia e ai due fratellini scomparsi, a Alberto Stasi e Chiara Poggi e a tutti quei casi di “Mal Giustizia” anche non noti alle cronache che spesso distruggono la vita delle persone che colpiscono…e che magari erano innocenti.
Investigare, inchiodare una persona davanti alla legge è spesso un lavoro ingrato, difficile e che non tutti, probabilmente sono portati a fare con passione, capacità e competenza sia tra gli appartenenti alle forze dell’ordine sia tra i magistrati che, non dimentichiamocelo, sono persone come tutte le altre (che per i loro errori non pagano mai….ma questa è un’altra storia).
Cosa è successo quindi a Elisa Claps ?
Perché quel cadavere che era “sotto il naso” di tutti non è stato trovato prima ?
Che fine ha fatto l’informativa relativa ai “rumori di popolo” ?
E’ un lavoro difficile il nostro, un lavoro che incide sulla vita delle persone, un mestiere che coinvolge padri di famiglia, onesti lavoratori ma anche delinquenti e assassini veri e per tutti questi vi è necessità di vera e approfondita indagine che troppo spesso deve stare lontano dai riflettori, dalle risposte politiche e dalla voglia di “Chiudere il Fascicolo” perché quando si ha a che fare con l’umana natura non possono esserci rapide risposte alla sete di sapere della pubblica opinione, della politica, degli alti funzionari e via discorrendo.
Un lavoro che deve stare lontano dall’arroganza del sapere sempre tutto, che deve essere più vicino all’umiltà della collaborazione perché anche un povero sbirro di volante può, all’occorrenza, fornire una notizia valida e reale anche se distrugge le convinzioni investigative di chi, nell’arroganza di un grado o di una qualifica, o di “un solo caso” brillantemente risolto, si ritiene un grande investigatore.
Un grande investigatore che, se i fatti sono andati così, se davvero il tutto si è vanificato per la “presunzione” di un singolo, ci mette tutti davanti a una meschina figura di cui le vere conseguenze vengono pagate solo da chi da 17 anni aspetta sulla porta il rientro di quella creatura uccisa da un infame assassino.
Alle volte è necessaria calma, pazienza, volontà, fortuna ….e senso di vera e profonda collaborazione ma anche l’umiltà di dire che siamo uomini e che dobbiamo lavorare in gruppo, una squadra, una famiglia, per portare a casa grandi e veritieri risultati di cui la collettività tutta potrà soddisfarsi e gioire.

Michele Rinelli – Poliziotto 26/03/2010