Imputato AT-Tenti Il Processo Penale e il Pubblico Ufficiale


“La cosiddetta società vi affida il compito di frugare nelle fogne, ma non ammette che vi ci sporchiate. O meglio, che la sporcizia si veda”.
(Indro Montanelli, Poliziotto allo specchio, 1985).

Premessa

Sulle attuali disfunzioni del processo penale sono apparsi, negli ultimi anni, moltissimi ed autorevoli commenti, di vario orientamento politico, che ne hanno esaminato a fondo le gravi problematiche, proponendo diverse soluzioni, tutte volte a riaffermare gli indefettibili obiettivi di equità, celerità ed efficienza che ogni Stato democratico si prefigge. Qui si esaminerà brevemente la situazione, purtroppo non rara, in cui a salire sul banco degli imputati è un appartenente alle forze di polizia, cioè un soggetto istituzionalmente preposto ad essere sì parte attiva nel processo penale, ma sotto ben altri aspetti.


Lo Stato e la società pretendono, giustamente, che il tutore dell’ordine, nel quotidiano svolgimento del suo dovere di difesa della collettività e delle Istituzioni, sopporti pesanti disagi personali e familiari e si esponga a gravissimi rischi, che spaziano dall’inevitabile insorgenza di patologie professionali (connesse all’espletamento del servizio in condizioni meteorologiche avverse, a ritmi lavorativi stressanti, ad incongrue abitudini alimentari ecc.), all’infortunio (per incidente stradale, colluttazione, conflitto a fuoco ecc.), alla sovraesposizione nei confronti di esponenti della criminalità, comune ed organizzata, ed alla possibilità di ritorsioni, anche trasversali, fino all’elevata probabilità di un coinvolgimento in situazioni da cui possa derivare l’attivazione di un procedimento disciplinare o, peggio, penale (al quale quello disciplinare conseguirà in ogni caso). In particolare, per chi svolge prevalentemente od esclusivamente funzioni di polizia giudiziaria, quest’ultimo rischio aumenta in misura esponenziale, anche per il duplice ed incisivo controllo dell’Amministrazione di appartenenza, da un lato, e dell’A.G., dall’altro, alla quale egli è legato da uno stretto rapporto operativo e dal relativo vincolo di subordinazione, espressamente previsto dal codice di procedura penale.
La contropartita per questo usurante modus vivendi, che non ha eguali in nessun’altra categoria del pubblico impiego, consiste in un trattamento retributivo che, eufemisticamente, si può definire inadeguato, tanto in senso assoluto, quanto operando i dovuti raffronti con altri ordinamenti europei. Per riequilibrare, almeno in parte, questo evidente squilibrio sinallagmatico, l’ordinamento giuridico e le amministrazioni d’appartenenza, anche attraverso la contrattazione collettiva decentrata, hanno predisposto alcune misure correttive, in parte analoghe a quelle previste per altri pubblici dipendenti (assistenza sanitaria e previdenziale, indennità di reperibilità, convenzioni con altri enti statali, società assicurative ed istituti di credito, istituzione di borse di studio, mense di servizio o buoni pasto, altre agevolazioni in genere), in parte assolutamente peculiari (alloggi di servizio, indennità specifiche connesse all’espletamento di servizi di varia tipologia, come Ordine Pubblico, servizi esterni e/o notturni, cambiamenti di turno ecc.). Per un breve periodo (1975/1989) agli “ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria o militari in servizio di pubblica sicurezza” e limitatamente ai “fatti compiuti in servizio e relativi all’uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica” è stata accordata una particolare tutela processuale, introdotta dalla L. 22.05.1975, n. 152, recante “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico”, meglio nota come “Legge Reale” .
Dopo l’entrata in vigore del nuovo C.P.P., nel 1989, quelle garanzie processuali sono state da più parti ritenute implicitamente abrogate . Si è pertanto creato un vuoto legislativo che vede il tutore dell’ordine, particolarmente e fisiologicamente esposto agli “incidenti di percorso” su descritti, privo di quella specifica tutela processuale che il legislatore ebbe ad accordargli, per le ragioni che si esamineranno a breve.

1) La Polizia Giudiziaria nel c.p.p. del 1930-1955
(Omissis) ……….
Il sistema processuale prevedeva, come si è accennato, un vero e proprio rito speciale, disposto dagli artt. da 27 a 32 della L. 22.05.1975, n. 152, recante “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico”, che riportiamo:
Art. 27.
Qualora il procuratore della Repubblica abbia comunque notizia di reati commessi da ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria o da militari in servizio di pubblica sicurezza per fatti compiuti in servizio e relativi all’uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica, informa nello stesso giorno il procuratore generale presso la corte d’appello e compie frattanto esclusivamente gli atti urgenti, relativi alla prova di reato, dei quali non è possibile il rinvio. La stessa disposizione si applica nel caso in cui il pretore ha comunque notizia di un reato previsto nel comma precedente.
Art. 28.
Il procuratore generale, se non ritiene di esercitare i poteri previsti dal codice di procedura penale, restituisce gli atti al procuratore della Repubblica perché proceda con le forme stabilite dalla legge. Il procuratore generale o il procuratore della Repubblica, qualora reputino che il fatto non sussiste o che l’imputato non l’ha commesso o che la legge non lo prevede come reato ovvero che sussiste una delle cause di esclusione della pena, previste dagli articoli 51, 52, 53 e 54 del codice penale, richiedono con atto motivato il giudice istruttore di pronunciare decreto. Il giudice istruttore, se non ritiene di accogliere la richiesta, dispone con ordinanza l’istruttoria formale. Per i reati commessi da ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza per causa di servizio le eventuali misure restrittive della libertà personale possono essere eseguite in una sezione speciale di un istituto penitenziario o in un carcere militare (comma aggiunto dal D.L. 15 dicembre 1979, n. 625, conv. in L. 6.02.1980 n. 15, recante “Misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica”, c.d. Legge Cossiga). (Omissis) ……….
Dai lavori preparatori emerge che le Commissioni della Camera (II e IV) evidenziarono la necessità di “impedire che gli appartenenti alle forze dell’ordine vengano esposti al rischio di processi penali basati su accuse non fondate per reati concernenti l’uso delle armi o di altri mezzi di coazione fisica nell’esercizio delle loro funzioni”. L’attribuzione al Procuratore Generale della competenza esclusiva per l’esercizio dell’azione penale riflette la ricerca dell’organo più idoneo a valutare i fatti e stabilire se si debba procedere, con indubbia compressione dell’analoga (e normativamente prevista) competenza del Procuratore della Repubblica e del Pretore, ai danni dei quali – si disse – si volle perpetrare un’indebita spoliazione, in violazione dei principi costituzionali del giudice naturale (art. 25) e di eguaglianza (art. 3), realizzandosi in pratica “una particolare situazione di privilegio di una categoria di cittadini”.
Perplessità fugate da un duplice ordine di considerazioni:
1) la legge de qua non attribuiva la competenza dell’azione penale ad un ufficio diverso da quello del P.M., ma semplicemente, in presenza di presupposti ben determinati, la riservava, in via esclusiva, al Procuratore Generale, che nel distretto ne era il massimo responsabile, peraltro già titolare della direzione della P.G. (art. 220 c.p.p.) e della relativa azione disciplinare (art. 229).
2) l’opportunità di devolvere la cognizione dei fatti ad un unico soggetto, che possa assicurare uniformità di valutazione, di decisione e di trattamento e che, necessariamente, andava individuato nel Procuratore Generale, in ossequio ad elementari criteri di rispetto della gerarchia. Diversamente, l’inevitabile molteplicità delle autonome decisioni dei Procuratori della Repubblica e dei Pretori avrebbe vanificato tale imprescindibile obiettivo. In seguito, l’art. 31 della L. 10.10.1986 n. 668 estese il beneficio anche“al personale delle forze di polizia sottoposto a procedimenti per fatti connessi alla conduzione di mezzi dell’Amministrazione della pubblica sicurezza nell’espletamento del servizio”.
2) Le problematiche pre riforma e la disciplina del nuovo c.p.p.
La novella del 1955, com’è noto, non sortì gli esiti sperati per diversi motivi, quasi sempre riconducibili alla cronica carenza di organici delle forze di polizia (peraltro gravate da molteplici e sempre crescenti incombenze istituzionali), alla duplice dipendenza, gerarchica e funzionale ed alla diversità del modus operandi dei vari corpi, non di rado accompagnata da reciproco intralcio nello svolgimento delle indagini . Il personale assegnato alle varie unità organizzative incardinate presso gli uffici e comandi d’appartenenza (Squadre Mobili delle Questure e Nuclei Operativi delle Legioni di CC e GdF) veniva spesso distolto per altri compiti o addirittura estromesso dalle funzioni di polizia giudiziaria o trasferito ad altre sedi, con nocumento del rapporto di conoscenza da parte del magistrato, della continuità ed uniformità dell’azione investigativa e, in definitiva, per il corretto e celere svolgimento delle indagini. Le Squadre di Polizia Giudiziaria istituite presso le Procure risentivano meno di tali problemi, pur dovendo misurarsi con l’insufficienza di personale e mezzi. Né ha avuto efficacia determinante il sistema di coordinamento delle forze di polizia previsto dall’art. 17 della L. 1 aprile 1981, n. 121, secondo il quale “Le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte alla dipendenza e sotto la direzione dell’autorità giudiziaria in conformità a quanto stabilito dal codice di procedura penale. A tal fine, il dipartimento della pubblica sicurezza provvede, nei contingenti necessari, determinati dal ministero dell’interno, di concerto con il ministero di grazia e giustizia, all’istituzione e all’organizzazione dei servizi di polizia giudiziaria anche in base alle direttive impartite dal ministero dell’interno nell’esercizio delle sue attribuzioni di coordinamento”. Com’è noto, l’esigenza, da più parti avvertita, di una profonda riforma del processo penale, transitando dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, portò ad un lungo e complesso iter parlamentare, protrattosi per ben tre legislature, durante il quale vennero formulate ben due leggi-delega (1974 e 1987). Ancora una volta, il Parlamento volle escludere l’istituzione di un autonomo corpo di polizia giudiziaria, posto alle dirette dipendenze della magistratura o del Ministro di Grazia e Giustizia, preferendo invece sviluppare un sistema più funzionale e razionale per rendere più efficienti le strutture esistenti, assicurando agli organi giudiziari più incisivi poteri di controllo sull’operato della polizia giudiziaria, senza operare alcuna rivoluzione nei i loro rapporti. Anche in base ai principi affermati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 122 del 3 giugno 1971, il nuovo sistema attribuisce alla polizia giudiziaria compiti di ricerca delle fonti di prova piuttosto che di formazione della prova, sotto la direzione del pubblico ministero, il cui intervento in qualità di titolare delle indagini preliminari è prescritto fin dalle primissime fasi dell’indagine. E’ pertanto necessario che i rapporti fra il p.m. e la polizia giudiziaria siano improntati alla massima fiducia reciproca ed immediatezza, scongiurando possibili interferenze gerarchiche. Presupposto indispensabile per tale obiettivo è la piena disponibilità della polizia giudiziaria, principio espressamente sancito dal nuovo c.p.p., insieme ad una dipendenza più stretta per i servizi di polizia giudiziaria, istituiti ed organizzati a norma del citato art. 17 della L. 121/81. La nuova disciplina codicistica si rinviene negli articoli da 55 a 59 che, per comodità di consultazione, si riportano, con un breve commento.
(Omissis) ……….
3) Il vuoto legislativo
Come si è visto, nel vigente codice è scomparso quel particolare procedimento a carico di appartenenti alle forze dell’ordine previsto dalla Legge Reale, sicuramente per incompatibilità formale e sistematica col nuovo rito, ma non certo perché ne siano venute meno le ragioni di opportunità che, illo tempore, ne suggerirono l’introduzione. Attualmente, quindi, gli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria ed i militari in servizio di pubblica sicurezza, accusati di reati commessi per fatti compiuti in servizio e relativi all’uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica, non beneficiano di alcuna specifica tutela processuale che, nello spirito della Legge n. 152 del 1975, lungi dal voler accordare loro una situazione di privilegio, avrebbe dovuto riequilibrarne la sostanziale posizione di soggetti particolarmente esposti, in ragione del loro servizio per la collettività, ai rischi connessi con l’assunzione di responsabilità specifiche ed anzi del tutto peculiari. L’unica previsione normativa della L. 152/75 sopravvissuta alla riforma del c.p.p. ed espressamente richiamata dal D.P.R. 31.7.1995 n. 395 (normativa di recepimento dell’Accordo Nazionale Quadro) è quella dell’art. 32, relativa all’assunzione della difesa dall’Avvocatura dello Stato, ovvero da libero professionista di fiducia, ma a carico del Ministero dell’Interno, salva rivalsa se vi è responsabilità dell’imputato per fatto doloso. In particolare, l’art. 33 del citato D.P.R. 395/95 dispone: “Nei procedimenti a carico di ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria o dei militari in servizio di pubblica sicurezza, per fatti compiuti in servizio anche relativi all’uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica, continua ad applicarsi l’art. 32 della Legge 22 maggio 1975 n. 152”. L’uso della congiunzione “anche” estende l’ambito di applicazione della norma a tutti i procedimenti penali che vedono l’appartenente imputato per fatti commessi in servizio, ancorché non relativi all’uso delle armi. La circolare ministeriale n. 333-A/9801-A.3. del 22.6.1996 ha chiarito che “il fatto commesso in servizio non si riferisce solo alle attività compiute durante l’orario formale di servizio, intendendo per esso l’orario così come indicato nell’ordine giornaliero di servizio, ma comprende anche tutte quelle attività compiute, al di fuori del formale orario di servizio, in ottemperanza ai propri doveri ed, alle proprie attribuzioni. Tutte quelle azioni, cioè, compiute di iniziativa del dipendente che, libero dal servizio, si è attivato compiendo un’operazione di polizia o partecipando ad una già in corso. I1 fatto incriminato deve, però, sempre trovare causa ed origine nell’adempimento di un dovere che l’ufficiale o l’agente di p.s. o di p.g. è tenuto a svolgere in ragione delle sue peculiari e specifiche funzioni. Non rientrano quindi tra le attività oggetto della particolare tutela quelle che hanno trovato solo mera occasione nell’espletamento del servizio: Quelle cioè che non sono riferibili direttamente al servizio stesso ma che, semplicemente, si sono verificate durante il servizio”. E’ necessario, poi, che “il fatto commesso in servizio e per cui vi è procedimento penale, si riferisca ad un’attività compiuta da ufficiale o agente di p.s. o di p.g. nell’espletamento delle sue specifiche attribuzioni. I1 preciso riferimento a tali attribuzioni è elemento caratterizzante nella normativa in argomento e, di conseguenza, condizione indefettibile per la concessione della tutela legale. Non si può perciò prevederne l’applicazione per i fatti, pur avvenuti durante il servizio ed attinenti ai compiti istituzionali, ma concernenti atti riferentisi ad un’attività che non sia espressamente di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria, (come l’attività gestionale, amministrativa, burocratica) e, meno che mai, per atti posti in essere da appartenenti alla Polizia di Stato, non quali ufficiali o agenti di p.s. o di p.g., ma quali privati cittadini”. La circolare prevede, infine, le modalità attraverso le quali gli oneri di difesa, se anticipati dall’imputato, possono essere, a sua richiesta, oggetto di rimborso. Con l’art. 37 del D.P.R. 16 marzo 1999 n. 254, che ha recepito il successivo accordo sindacale, il beneficio è stato esteso a favore del coniuge e dei figli del dipendente deceduto. La mancata riproposizione nell’attuale disciplina processuale della particolare tutela già accordata agli ufficiali ed agenti di p.g. determina una vera e propria carenza di legislazione, che andrebbe colmata al più presto, non soltanto perché le motivazioni politiche e giuridiche a suo tempo avanzate non sono mai venute meno, ma anche in considerazione del fatto che tale vuoto normativo continua a generare serie problematiche, prevalentemente riconducibili al forte disagio psicologico degli operatori, consapevoli della propria sovraesposizione operativa e degli inevitabili risvolti in tema di demotivazione professionale e disaffezione per l’Istituzione rappresentata. Di fronte al concreto rischio di un “incidente di percorso” giudiziario che esponga se stessi e le rispettive famiglie a gravi traversie personali ed economiche, molti potrebbero preferire la meno pericolosa alternativa dell’omissione, evitando d’intervenire dove invece dovrebbero e potrebbero, con insanabile pregiudizio dell’azione di contrasto al crimine. Il timore d’incappare nel tritacarne giudiziario potrebbe aver ragione del miglior spirito di servizio e della dedizione al dovere o, comunque, disincentivare i soggetti in cui tali sentimenti non siano profondamente radicati. E’ fuor di dubbio che qualsiasi persona, ancorché colpevole, abbia pieno diritto a che l’accertamento processuale della verità sia improntato al massimo rigore logico e giuridico e preveda tutte le garanzie accordate dalla legge. E’ necessario, poi, che la giustizia segua procedure rapide, che i tempi del processo siano compatibili con la grave compressione dei diritti dell’imputato, specie se privato della libertà personale, affinché il danno sia ridotto al minimo indispensabile. E che, nel frattempo, ci si preoccupi di tutelare da indiscriminate campagne stampa (magari orchestrate ad arte) e da premature “condanne sommarie in piazza” l’onorabilità di cittadini e servitori dello Stato che, secondo l’art. 27 Cost., sono ancora da considerare “non colpevoli” fino al giudicato definitivo. Tutto ciò non soltanto per ovvie ragioni di umanità, ma anche per evitare che una durata eccessivamente lunga del processo si traduca in incertezza del diritto e lesione d’immagine delle istituzioni. Che il processo si svolga in tempi rapidi o quantomeno ragionevoli, è nell’interesse di tutti i soggetti coinvolti (imputati, testimoni, parti lese, pubblica accusa), dell’Amministrazione, della Magistratura e della Società civile. Non si vuole certo creare una sorta di ombrello per violenti e corrotti: la società può e deve cautelarsi dalle malefatte, vere o presunte, dei tutori dell’ordine infedeli, adottando provvedimenti adeguati, dal semplice spostamento a mansioni di altra e meno delicata natura, al trasferimento ad altra sede, alla sospensione cautelare dal servizio per fatti gravi ed incompatibili con le funzioni rivestite, fino alla definitiva estromissione (destituzione), senza falsi pietismi ed interferenze di sorta: chi sbaglia deve pagare, e il tutore della legge deve pagare tre volte: come cittadino reo, come pubblico dipendente venuto meno ai doveri assunti col giuramento di fedeltà alla Repubblica e, infine, come “traditore” degli ideali del corpo e della divisa, per il discredito gettato sull’Istituzione e sui suoi appartenenti. Purtroppo in alcuni casi la giustizia, già inesorabilmente lenta, dopo anni di indagini preliminari, rinvii, decine di udienze ecc. partorisce sentenze con motivazioni che tradiscono una scarsa conoscenza dell’attività di polizia e delle attribuzioni dei vari ruoli. A volte, nei mass media e nell’opinione pubblica, traspare anche una vera e propria avversione per le modalità operative normalmente adottate, per tecniche investigative appena fuori dai rigidi schemi formali, stigmatizzate con veemenza degna di miglior causa. Sintomo evidente che tanti non hanno una percezione esatta del lavoro dei poliziotti, della natura degli antagonisti, degli ambienti in cui tutti insieme operano e devono sopravvivere e dei metodi che, per vocazione o per necessità, si è costretti ad adottare, tanto nel campo della p.g., quanto in quello dell’ordine pubblico. Appare estremamente auspicabile, in conclusione, il ripristino di un procedimento speciale nei processi a carico di appartenenti alle forze di polizia, non certo come privilegio corporativo, ma come strumento di doverosa perequazione nei confronti di “pubblici dipendenti” trattati (almeno economicamente) come gli altri, ma oggettivamente esposti a rischi ben diversi e ben più gravi.

 

 

Francesco Scinia – Poliziotto – 17/12/2008