Buona condotta o…buona opportunità ?


Nell’aprile del 1991 a Rimini la banda della Uno Bianca tentò di uccidere tre colleghi dell’Arma dei Carabinieri. Due membri della gang tesero un agguato ad una pattuglia dei carabinieri in servizio di perlustrazione e, armati di fucili a pompa, spararono all’impazzata contro i tre militari a bordo, ferendoli gravemente. I tre occupanti riuscirono a salvarsi solo grazie alla prontezza di riflessi dell’autista della pattuglia, un coraggioso carabiniere di leva di appena 19 anni che nonostante i colpi ricevuti, con la forza della disperazione riuscì a seminare i due assassini e a raggiungere l’ospedale di Rimini.

Quella notte andò bene: il 4 gennaio del 1991, al termine di una terrificante campagna di terrore di due mesi costata la vita a cinque innocenti, la banda aveva assassinato tre giovanissimi carabinieri nel quartiere bolognese del Pilastro. Quando, nella sede dove prestavo servizio a quel tempo, arrivò la notizia del mancato eccidio di Rimini ricordo che commentammo tutti l’accaduto. Anche se non ci trovavamo in Emilia Romagna assistevamo come tutti gli altri italiani agl
i avvenimenti di laggiù con un misto di orrore e angoscia, chiedendoci chi fossero quegli assassini sanguinari. Le ipotesi correvano in libertà. Chi erano? Terroristi? Fanatici delle armi e dei giochi di guerra? Ex membri delle Forze dell’Ordine? ognuno aveva da dire la sua. Più che ipotesi tiravamo ad indovinare, come milioni di altri italiani in quei giorni. Come il giovane poliziotto appena arruolato che all’improvviso si chiese ad alta voce “Ma non potrebbero essere dei colleghi?”. Rammento che risposi al ragazzo con una sbuffata di sufficienza “Ma figurati, ma che ca**o dici!”. Il ragazzino arrossì… si era reso conto di aver detto la classica fesseria e con non so più che scusa battè in ritirata, mentre io scuotevo il testone “Dei colleghi…. che ca**ata!”. Dopotutto ero un idealista (che è un modo come un altro per non autodefinirsi come ingenuo) arruolatosi per arrestare i Cattivi e salvare la donzella in pericolo. Sapevo però bene che ogni tanto tra i miei compagni cavalieri senza macchia e senza paura faceva capolino qualcuno che di macchie era ricoperto più di un giaguaro. Esattamente un anno prima l’agente A., un mio amico e paricorso, era stato quasi ammazzato da un agente di un’altra questura che integrava lo stipendio assaltando le gioiellerie armato di UZI. Avevo poi ascoltato e letto altre brutte storie su agenti e carabinieri che avevano dimenticato il loro giuramento e, lo ammetto, li odiavo ferocemente perché rappresentavano la negazione di tutto ciò in cui avevo creduto, ma la Uno Bianca no, non poteva essere formata da uomini delle Forze dell’Ordine. Nemmeno il più marcio e malvagio degli sbirri corrotti poteva sparare in faccia ad un passante che si era limitato ad urlare la propria indignazione, ad un testimone che si era limitato a segnarsi la targa di una macchina rubata, a uccidere per quattro soldi un povero cristo che era andato a lavare la macchina in un distributore dove stava avvenendo una rapina, a massacrare due altri poveri cristi in un campo nomadi sparando come se fossero al tiro al bersaglio e pochi giorni dopo sterminare tre giovanissimi carabinieri che avrebbero potuto seminare senza spargimento di sangue. Era inconcepibile, era come chiedersi che cosa esistesse al di là dell’universo. “Ma figurati, ma che ca**o dici!” Le mie parole e quelle del mio collega appena arruolato mi tornarono alla mente circa tre anni dopo, quando al telegiornale vidi apparire il viso gelido di Roberto Savi. Provai stupore. Incredulità. Rabbia. Maledissi lui e tutti i suoi compari, di cui vedevo i volti apparire in televisione nei vari programmi o stampati sui giornali. Se le mie maledizioni e quelle di migliaia di altri agenti italiani avessero funzionato i sei arrestati avrebbero dovuto morire di atroci tormenti. In quel periodo (scusate la digressione personale) stavo trascorrendo un brutto ricovero in ospedale (ma esistono “bei” ricoveri?) seguito da una difficile convalescenza, dopo un gravissimo incidente avvenuto in servizio. Pensare che mentre io riportavo delle ferite rischiando la mia vita un gruppo di traditori sterminava degli innocenti mi faceva stare ancora più male. Mi sentivo tradito, inca**ato, deluso. Fui anche un vile. Mi dissi che un lato positivo in quei dolorosi giorni d’ospedale c’era. Almeno non dovevo subire gli occhi della gente, dei miei concittadini che certo si sarebbero chiesti chi c’era dietro quella Divisa, se un poliziotto onesto o uno marcio. Ai miei colleghi di Bologna andò molto peggio. Chi uscì in servizio in quei giorni dovette sopportare l’ira della gente, addirittura gli sputi sulle divise e quello che è peggio gli occhi carichi di disprezzo e di sospetto dei cittadini “Come avete potuto? Come avete fatto a non accorgervi di quello che accadeva?” In seguito, immagino come molti altri poliziotti, con grande spirito masochistico continuai a seguire gli sviluppi della vicenda della banda della Uno Bianca sui media e lessi libri, compresi quelli dal tenore più “cospirativo”, ricavandone soltanto un gran mal di testa e senza giungere ad una conclusione certa, a parte il disgusto per quei sei individui, disgusto acuito dalla liberazione negli anni successivi di tre membri “minori” della banda, tutti poliziotti. Ad essere liberato per primo fu colui che aveva commesso un’”unica” rapina, poi a uscire di galera fu un secondo tizio il quale, anche se non responsabile di omicidi, aveva fatto il suo ingresso nella banda ferendo a rivoltellate un innocuo lavavetri marocchino. E nei gio
rni scorsi è stata la volta di Marino Occhipinti, già vice sovrintendente della Squadra Mobile della Questura di Bologna il quale è stato ammesso a godere della semilibertà, quindi al lavoro esterno durante il giorno e a nanna in carcere la notte. Occhipinti aveva compiuto poche rapine ed un “solo” omicidio, quello della guardia giurata Carlo Beccari, avvenuto nel 1988. Fu un delitto assurdo, come è assurda tutta la storia della Uno Bianca. Carlo Beccari era uno dei componenti dell’equipaggio di un furgone portavalori dell’istituto di vigilanza “la Patria” che la sera del 19 febbraio 1988 doveva ritirare l’incasso della COOP di Casalecchio di Reno, una cittadina alle porte di Bologna. Per distrarre le guardie gli assassini della banda della Uno bianca fecero esplodere una piccola bomba quindi investirono i vigilantes con un uragano di fuoco ed infine fuggirono,senza avere toccato una sola moneta del bottino. Carlo morì a 22 anni, nel parcheggio di quella COOP. Lasciò i genitori, la moglie ed una bambina in tenerissima età. Altre tre guardie rimasero gravemente ferite, quella terribile sera. E’ per questo delitto che Marino Occhipinti venne condannato all’ergastolo. Di Occhipinti ho letto gli articoli sulla rivista online del carcere dove da pochi giorni è detenuto in semilibertà e, se devo essere onesto, li ho spesso apprezzati per la loro lucidità anche se quasi mai ne ho condiviso il contenuto. Se dovessi esprimere un parere e quindi giudicare l’uomo Occhipinti da quegli articoli, dovrei dire che sembra una persona diversa da quello che finì in galera nel novembre 1994. Ho detto “dovrei” perché è “grazie” ad Occhipinti ed agli altri individui della sua banda ed al loro “esempio” che sono diventato realista e cinico cancellando il me stesso idealista di diciott’anni fa. E’ grazie al cinismo che la banda della Uno Bianca mi ha “donato” che, quando leggo le affermazioni di Occhipinti (il quale in buona sostanza dice di essersi staccato dalla banda dopo l’assassinio di Carlo Beccari poiché sconvolto dalla mostruosità del suo crimine) scuoto il mio testone incredulo, risentendo nelle parole di Occhipinti quelle di tutti i balordi che ho conosciuto in venti e passa anni di carriera. “Sono pentito” “Cambio vita” “Non lo farò mai più” “quello era un altro me” e addirittura uno strepitoso “Grazie per avermi arrestato, ora ho l’occasione per cambiare vita” (l’ultima volta che ne ho avuto notizia stava scontando una pena a due cifre). Ma come ho detto prima, sono solo uno sbirro cinico che non riesce a comprendere l’animo umano e la riabilitazione per via giudiziaria. Il tribunale di sorveglianza dice che Occhipinti ha avuto una buona condotta carceraria ed io sono certo che sia vero. Chi è il fesso che tra l’ergastolo e la possibilità di uscire dopo pochi anni sceglie di tenere un cattivo comportamento in prigione? Ancora il tribunale e i vari “ologi” (psicologi, criminologi etc.) che lo hanno esaminato dicono che Occhipinti ha avviato un serio percorso di ravvedimento. Personalmente credo alla riabilitazione ed al ravvedimento di un assassino esattamente quanto credo alla vita extraterrestre. Immagino che gli omini verdi esistano da qualche parte nel cosmo, ma di qui a crederci a scatola chiusa ce ne passa. Per la società mi auguro che Occhipinti sia questo extraterrestre.
Dovremmo augurarcelo tutti noi Cittadini. Fabrizio Gregorutti – poliziotto