Non solo Poliziotti ma anche storici e scrittori


Da Sbirro a Investigatore

Le motivazioni profonde che inducono ciascuno di noi a indossare la giubba blu profilata cremisi con l’aquila coronata repubblicana sono note ai più: senso profondo di giustizia, avversione per i soprusi e le prevaricazioni, servire la comunità; in breve, fare qualcosa per l’altro, anche a rischio della propria persona.

Tralascio l’argomento nella consapevolezza che conosciamo quel senso di gratificazione e di orgoglio che ci dona una calorosa stretta di mano di chi apprezza la nostra disponibilità e professionalità, magari per essere stato sollevato da un’ingiustizia o una minaccia, ovvero  soccorso,  sostenuto, confortato.

Una professione, quella del poliziotto – soprassiedo per quieto vivere a considerazioni che la vorrebbero ridurre a un’occupazione tipo: «un mestiere come un altro ; «un rimedio alla disoccupazione – che si argomenta (mi rifaccio a un qualsiasi vocabolario)con la particolare competenza o specifica abilità richiesta.

Aggiungo alcuni elementi accessori della nostra professione; la natura del servizio; l’orario in cui è richiesto;l’aggiornamento tecnico e giuridico richiesto; il coinvolgimento psicologico ed emotivo; e altro ancora.

Un complesso di elementi che convergono – e giungo al punto – in una cultura specifica, professionalizzante, diffusa e tramandata.Che si squaderna nei propri effetti visibili in un insieme di voci tecniche e settoriali (come anche nella governance di uffici e reparti da cui dipendono uomini, servizi e attività); voci distinte dal gergo (lingua speciale di un mestiere o di gruppi della malavita) con minore dignità linguistica. E sociale.

Voci che puntellano qua e là il vocabolario della lingua italiana e contraddistinguono la produzione testuale, prevalentemente di natura burocratico-amministrativa (verbali, informative, rapporti, relazioni…). Lemmi dai significati convenzionalmente stabiliti,replicati e adattati nel tempo in ragione dei mutevoli contesti d’uso (mi piego a osservazioni di capaci linguisti); in altre parole: cultura.

Alcune di queste voci trovano ragione in quei rami della legge che, più di altri,determinano il servizio (diritto penale sostanziale e formale, diritto amministrativo, e altri vasti ambiti di legislazione); legge di cui la Polizia è organo esecutivo e braccio armato (es: arresto, verbale, notifica, pregiudicato, recidivo, espulsione, ricercato, testimone, ammonito, sanzione, illegale, furto, rapina).

Altre trovano origine nei mezzi e metodi di polizia -e dall’ eventuale incontro con contenuti tecnici – sia nostrani (casellario di identità, polizia scientifica, perizia balistica ….) sia stranieri (identikit, detection,  pusher, killer …).

Altre voci ancora, di certo meno note, provengono da specifici saperi e contesti, come quello uniformologico.

Ne sono esempio: pistagna (profilo nel nostro caso cremisi della cucitura esterna del pantalone); chepì (berretto rigido, piatto con visiera, dell’uniforme risorgimentale dei corpi bandistici e a cavallo); nappina (ornamento semisferico ricoperto di seta o lana del chepì)… ma gli esempi più ricorrenti sono tanti quanti gli specifici settori e ambiti della Polizia di Stato.

Scopo di questo breve è tratteggiare la dimensione diacronica di alcune di quelle voci che, più di altre, appartengono alla nostra cultura ricercandone le origini egli adattamenti di significato in un arco temporale che, per ragioni metodologiche, si attenua dopo gli anni Trenta del Novecento.E che ascrivono l’immaginario collettivo del mondo Polizia.

Il primo spunto, un classico del poliziotto, è «volante», erroneamente fatta risalire agli Anni Sessanta/Settanta, quando le Sezioni della Squadra mobile (in borghese, o auto civetta) di alcune città venivano riorganizzate (auto con colori di istituto, personale in uniforme, compiti distinti).

La pantera nera che capeggiava sulle fiancate della Mobile con il numero telefonico della Questura (il numero unico 113 sarà di là a venire) intendeva richiamare la rapidità sia del felino sia delle Alfa Romeo nere, i cui fanali accesi stagliavano il buio come i taglienti occhi del predatore,passava celermente (!) alle autovetture con i colori di Istituto, quindi alle Squadre (o Sezioni) volanti, per divenire scudetto di reparto.

Pensare che il termine «volante» trovi in quei decenni i natali comporta recide la storia della Polizia di Stato (lo avrete capito, ne sono impallinato) di parecchi decenni, in quanto comparse la prima volta sul declino della Bella epoque come suggerimento tecnico per risolvere la mobilità sul territorio dei poliziotti,  all’epoca Guardie di città.

I nostri antichi colleghi erano ancora vincolati per il presidio del territorio alle pattuglie e girate,con percorsi e orari predefiniti.

Alla fine dell’Ottocento le città sotto la spinta dell’inurbamento si estesero intorno ai centri storici con nuove periferie e borgate,malsane e malfamate, dove presero piede forme di criminalità e marginalità vecchie e nuove, particolarmente capaci e ingegnose tanto a colpire beni e proprietà quanto a gabbare le guardie.

Per rendere più rapidi i trasferimenti ed espandere il raggio di azione della Polizia, in alcune questure nasceva la «squadra mobile». Era composta di agenti in borghese con compiti definiti: intervenire rapidamente sul luogo del reato, quindi con scopo stabilito e itinerario definito di volta in volta.

La mobile prevedeva una o più pattuglie di guardie volenterose e capaci sotto il comando di un brigadiere; requisito essenziale era … il passo veloce, unico mezzo per accorrere sul posto (escluse le costose vetture pubbliche).

Per risolvere la lentezza degli spostamenti (allora come oggi il tempo impiegato dai poliziotti per raggiungere l’intervento gioca a favore del malfattore) nel 1903 a Milano un bravo ufficiale aveva una brillante idea: «il comandante la compagnia delle guardie di città […] ha formato una squadra di 12 agenti di P.S. i quali, di notte, prestano il servizio in bicicletta, parte di essi in divisa, gli altri in borghese. La nuova squadra, che chiameremo …..mobilissima […] funzionò la prima notte con successo. In poche ore infatti gli agenti fecero razzia di una quantità di vagabondi e di contravventori alla vigilanza […]. La nuova iniziativa […] merita plauso».

Anche a Torino «funziona da qualche tempo un servizio notturno di perlustrazione in bicicletta disimpegnato da guardie di città […] in borghese».

Immagino questi capaci ciclisti su bici Frera con fanale a petrolio o a carburo (come per i guardiani notturni, gli agenti ferroviari…)  pedalare faticosamente fino all’arrivo.

Lo stesso anno un delegato di P.S.proponeva di distinguere la volante»in borghese a piedi con altre unità su bicicletta, libere di muoversi celermente sul territorio cittadino fino alle campagne circostanti attraversando periferie e borgate.

Si stavano affermando, infatti, quei criminali, perlopiù ladri e scassinatori, che la notte prendevano di punta abitazioni e negozi nel centro cittadino -preferito dalle classi agiate attratte dalle trasformazioni e miglioramenti urbanistici- per poi dileguarsi rapidamente fuori porta.

Quel delegato introduceva un moderno modello organizzativo per i servizi di polizia che affermava il principio di specializzazione del lavoro con un ulteriore contenuto tecnico: la conduzione della macchina, rivoluzionario mezzo per la mobilità individuale, imminente protagonista di seguitissime imprese sportive, come il Giro d’Italia (1909).

Ma di non facile conduzione (e manutenzione) e che richiedeva particolare perizia e specifica abilitazione (conseguita dopo una prova pratica, una breve pedalata in qualche caserma o ufficio di P.S.), tanto da essere annotata sul foglio matricolare del poliziotto.

L’impiego di agenti ciclisti non era un’assoluta novità; già nel novembre 1900, a seguito dell’assassinio del Re Buono, era stato istituito il Regio Commissariato di Pubblica Sicurezza presso la Real Casa per «la tutela delle Auguste Persone di S.M. il Re e della Reale Famiglia» (d. m. 6 novembre 1900, Regolamento di servizio del Regio Commissariato di P.S. presso la Real Casa e delle Brigate di guardie di città da esso dipendente e ordinamento del servizio ciclistico per le scorte Reali). Il Commissariato comprendeva il servizio ciclistico per le scorte alle vetture Reali.

Il servizio di scorta (altra voce di Polizia)seguiva dettagliate istruzioni che comprendevano «celeri volate», consistenti nel precedere la carrozza in movimento per impedire che ostacoli mobili (pedoni, altri ciclisti, autovetture, cavalli …) si ponessero tra la stessa e i poliziotti, ovvero bloccassero o rallentassero la corsa; volate più lunghe segnalavano alla carrozza o rimuovevano eventuali ostacoli fissi.

Nelle istruzioni potremmo individuare similitudini con le prime scorte motociclistiche quando i veicoli non erano ancora radiocollegati.

La Squadra mobile introduce un nuovo lemma: «Reparto mobile».

Il dato linguistico trova origine nei «Battaglioni mobile», voluti dal Capo della Polizia Carmine Senise durante la guerra 1940-45 quando, con non comune lungimiranza, intuiva la necessità di rinforzare gli organismi della Regia Polizia (Corpo degli Agenti di P.S.) per i servizi di ordine pubblico,nell’ipotesi in cui la guerra si sarebbe conclusa negativamente (e, conseguentemente, il Fascismo sarebbe caduto e la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, forza armata e di polizia con compiti di polizia generale, speciale, politica) sciolta.

Del resto anche gli alleati erano preoccupati per la tenuta della quiete sociale nei maggiori centri urbani liberati, a iniziare da Roma dove, nel novembre 1944, con elementi provenienti dalla sopprimenda Polizia dell’Africa Italiana di stanza a Roma, vedeva la luce in via Panispera, nei pressi del Viminale, la «Compagnia celere», da cui proviene il termine «celerino».

Neologismo in questi (tristi) tempi utilizzato da esperti in generica per dimostrare la comune madre di tutti i poliziotti alle prese con tifoserie esagitate e manifestanti prolissi. E qui non vado oltre….

Se non per perorare il mio studio: Da sbirro a investigatore. Polizia e investigazione dall’Italia liberale alla Grande guerra. Un rigoroso saggio storico di 280 pagine, con 100 immagini e appendice iconografica a colori. È la storia dei ferri del mestiere della polizia giudiziaria (Polizia, Arma CC) e le complesse vicissitudini della Polizia durante la guerra, che la vedeva impegnare a caccia di spie, sabotatori, disertori, criminalità organizzata e abigeato, commercio clandestino di materie prime per l’esercito combattente.+

Lo studio si conclude con la nascita del Corpo degli agenti di investigazione (1919) costituito da 8.000 ispettori e agenti di investigazione, a sancire la profonda trasformazione nella cultura professionale e nella detection degli uomini della Polizia .

Chiedete il volume direttamente all’editore tramite email a: avianifulvio@gmail.com.

Aviani & Aviani editori(c/o Arti grafiche Fulvio srl) Viale Tricesimo 184/7, 33100 Udine, tel. 0432 884057 fax 0432 479918;www.avianieditori.com

 

Al Termine del servizio redigere dettagliata relazione.

TRENTO. ‘Si lavorava sull’improvvisazionesul geniosull’istinto e anche un po’ sul culo‘, questo il riassunto dell’attività di una volante della polizia e questo è parte di un racconto scritto proprio da un poliziotto. Un passaggio che non si trova nelle ‘relazioni di servizio‘ redatte per obblighi di legge.

“Un modo – spiega Sergio Paoli, agente di polizia classe 1964 e scrittore – particolare di vivere e raccontare gli interventi di una volante della polizia nella città di Trento. Storie vere, dalle quali ho cercato di trarre il lato più umano per svelare un lato nascosto dei poliziotti in servizio”.

Operativo a BolzanoNapoliMilano, TorinoRoma e Trento, Paoli è ritornato sulla scena letteraria con ‘Al termine del servizio redigere dettagliata relazioneIl ritorno” (Qui link, acquistabile tramite la piattaforma Amazon).

E’ un sequel della sua prima fatica, un ‘ritorno’ arricchito da nuovi episodi della vita di un tutore della legge nella nostra città. Fatti t

ratti o ispirati nelle strade cittadine o nei sobborghi del capoluogo. Un romanzo che racconta in chiave narrativa i resoconti delle esperienze più eclatanti, ma divertenti e ironiche, vissute dal protagonista, un autore e narratore, Sergio Paoli.

Si allaccia la cintura e ci si siede dietro “come in una volante da trequelle di una volta“, aggiunge il poliziotto con il vizio di scrivere. Già dal titolo si può percepire una certa nota ironica, come spiega l’autore nel sottotitolo: ‘Impossibile raccontarli nei verbali ufficialiUn peccato non raccontarli dopo‘. E soprattutto non ridere o sorridere durante la letturapiacevole e rilassataMa che comunque offre spunti di riflessione.

raccolte nel libro, autoprodotto (“perché – spiega – la casa editrice aveva sforbiciato un po’ troppo nella precedente pubblicazione”) che hanno trovato spazio in alcune strisce fumettistiche ‘L’ispettore Santoro inI cioccolatini di nonna Agata‘ targate Marco Caldi Claudio Sacchi. Alla base del protagonista, Santoro, c’è proprio Sergio Paoli, mentre i testi sono ovviamente tratti direttamente dalle pagine dell’opera. 

Ma come nasce l’intenzione di scrivere il libro? “Ero un giovane poliziotto – ricorda Paoli – ancora alle prime relazioni, quando presentai al mio capo un rapporto convinto che si sarebbe complimentato con me per la completezza e la precisione”.

E invece. “Accade esattamente il contrario – spiega il poliziotto (ride) -. Il superiore mi rispose che se avessi voluto scrivere un libro avrei potuto farlo, ma che sul posto di lavoro dovevo attenermi alle semplici relazioni di servizio”.

Nasce così l’idea di raccogliere il materiale e tenere da parte le ‘relazioni apocrife‘, come le definisce, fino alla composizione dei due libri. Ma queste opere non raccontano soltanto le vicende, più o meno divertenti, ma diventano un progetto per spiegare la professione.

“Un modo e un metodo – aggiunge Paoli – di sensibilizzazione e informazione sull’essere umano che sta dietro ogni divisa. Cerco di andare oltre la serietà imposta dal lavoro per raccontare uomini e donne che scherzano, ma mostrano emozioni e si commuovono, anche se in servizio”.

Un romanzo che si divincola in uno spaccato della vita notturna, raccontata con passione e ironia. “Non ci saranno sparatorie o scene incredibili da film, ma la verità, quindi qualche scazzottata e qualche corsa a perdifiato, ladruncoli maldestri, amanti traditi, anziane truffate e squilibrati”.

Insomma, un’esperienza coinvolgente e vicina alla popolazione trentina, nella quale la vita quotidiana viene ricoperta da un sottile velo di finzione narrativa che le dona un’interessante sfumatura di irrealtà.

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Il MARZIALISTA

Una serie di misteriosi omicidi tra Roma e Latina, fino a dentro le stanze del Vaticano. È la trama de “Il Marzialista”, il libro scritto dall’attore e sceneggiatore Salvatore Mayol.

“Il Marzialista” parte dall’omicidio di un ispettore della narcotici. Sulle tracce degli assassini si mettono il commissario Francesco Dentici e l’anziano esorcista padre Santon. In loro soccorso anche Rasael, un giovane maestro di arti marziali che nasconde un Divino segreto. Il legame tra il Vaticano e un manoscritto, una setta satanica con a capo la figura di Admon, impreziosiscono la trama del romanzo.

L’autore, Salvatore Mayol, classe 1980, nasce a Napoli per poi spostarsi a Latina dove ha incontrato Roberto Becchimanzi, direttore del Teatro Tognazzi di Velletri e presidente della compagnia Luna Nova, con il quale lavora per molti anni. Si distingue come cabarettista vincendo diversi premi e rassegne teatrali. Ha lavorato come comico nella trasmissione “Aria Fresca…pensavo peggio” in onda sulle reti Sky.

Scrittore di testi teatrali e sceneggiature, tra cui la commedia “Dialogo con Dio”  la commedia “Il Chianchiere” e la commedia “L’amore non ha…sesso”, oltre agli spettacoli comici “IN – gnorante” e “Poker d’AS…ini”.

È maestro di arti marziali e le sue doti atletiche e attoriali sono state apprezzate da noti registi che lo hanno voluto partecipe in alcuni film d’azione tra cui lo ricordiamo in “The Job” di Molinari e nel ruolo da protagonista in “Dangerous Game” di Paganelli.

 

 

 

FRAMMENTI DI TEMPO PERSO

Stare al mondo, osservarlo con partecipazione, intervenire con decisione per correggerne le storture (per la natura stessa della sua attività professionale).

Leggere e scrivere di questi versi è per me un ritorno a casa. Lontano dalla mia terra (la Puglia) come Vincenzo da diversi anni, senza mai un momento di cedimento rispetto a una nostalgia del richiamo pulsante e sempre viva, vuol dire riaprire un libro mai dimenticato. Uno di quei libri che hai letto d’un fiato ma che non riponi nella tua libreria, continui a tenerlo sul comodino perché sai che lo riaprirai, ne rileggerai qualche pagina. Si scriveva di “nostalgia”.
I “frammenti di tempo perso” che emergono dai versi di Vincenzo non sono pezzi di tempo inutile, bensì tracce di un tempo vissuto intensamente ma che inesorabilmente si perdono nel flusso dei giorni e degli anni delle nostre vite così ansimanti, a volte boccheggianti e inspiegabilmente tristi.
Il tempo che Vincenzo ferma nei versi è tempo pieno, vissuto in un ininterrotto confronto con “i miei pensieri/le mie angosce […] la paura di scegliere e la paura di non averlo fatto […] la paura di perdersi e di non ritrovarsi più” (Rose del deserto).
Informazioni sull’autore
Vincenzo D’Accio è nato il 3 febbraio 1972 a Bitonto, in provincia di Bari. Incline alla scrittura e alla comunicazione sin da adolescente, annota i suoi versi e pensieri su dei diari privati. Ha svolto varie esperienze come redattore sia in radio che scrivendo su giornali locali. Si è laureato in giurisprudenza e subito dopo si è arruolato nella Polizia di Stato. Attualmente lavora presso la Questura di Perugia come Coordinatore Volanti ed è anche segretario Provinciale e vice regionale del Sindacato Autonomo di Polizia.