Generazione Times New Roman 12


Generazione Times New Roman 12 ovvero

quando la forma nasconde la (poca) sostanza

Si dice che talvolta la forma è sostanza. È vero, anche se questo principio non ha portata generale, anzi, si può intendere come la classica eccezione che conferma la regola. Resta il fatto che di solito il peso specifico della forma è inferiore a quello della sostanza e non si può attribuire alla prima le qualità di essenza e causa tipiche della seconda. Nel campo del diritto la forma portata all’estremo si chiama “formalismo giuridico” e talvolta si traduce in storture le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, con processi da rifare e sentenze annullate in Cassazione solo per il mancato rispetto di semplici requisiti accessori a fronte di una realtà fattuale evidente. Lapidario in proposito Giovanni Falcone quando osservava: «Se poni una questione di sostanza, senza dare troppa importanza alla forma, ti fottono nella sostanza e nella forma». Il puro esercizio della forma implica inoltre il più sterile dei ragionamenti filosofici perciò a volte penso che ai “piani alti” sia molto in voga lo studio di Aristotele (la forma come natura delle cose anziché suo aspetto esterno…), se questa strada viene perseguita in modo così sistematico. La spropositata attenzione ad aspetti che sono sì determinanti, ma fino a un certo punto, è di per sé indicativa: in assenza di un vero contenuto la forma diventa la comoda pezza con cui mascherare un vuoto di fondo. Vuoto di idee e di significati, ma soprattutto vuoto di materia e di buonsenso. Così questa pezza è utile come una bella carta da parati su un muro decrepito e con chiazze di umidità. In poche settimane i difetti saranno ancora più chiari agli occhi di chiunque.

Forse anch’io, povero sbirro di periferia, avrei dovuto dedicarmi alla filosofia e alla comprensione del mondo attraverso gli occhi dei grandi pensatori del passato. Invece ho seguito un’altra strada, anzi, “la” strada, visto che ho iniziato a indossare l’uniforme a vent’ anni e da allora non l’ho più abbandonata. E dopo quasi tre decenni e mezzo in Polizia – in quella “vera”, sia ben chiaro – devo riconoscere che adesso la forma ha quasi del tutto spodestato la sostanza. Del resto, come dubitare degli scienziati? È il singolare appellativo con cui il Capo della Polizia si è riferito ai suoi funzionari: «Tutti scienziati. Quando dobbiamo fare il “consiglio di amministrazione” della Polizia allora mi arrivano centinaia di lettere per segnalare questo e quello. E sono tutti scienziati». Parlava a braccio, Franco Gabrielli, il 23 febbraio scorso nella Questura di Reggio Emilia e accennava agli incontri ufficiali dove si discute di promozioni, carriere, insomma si decidono i destini delle persone.

Non so… probabilmente finora ho vissuto un’altra vita, un’altra Polizia, fatta di servizi interminabili svolti sotto ogni fenomeno atmosferico, in luoghi immaginabili e anche in quelli inimmaginabili perché al di là del bene e del male. Erano tempi in cui la sostanza di questa Polizia rispondeva a nomi semplici come coraggio, abnegazione, rispetto, onore, sacrificio, onestà, amicizia. Una Polizia dalle forme indefinite, spesso confuse, magari celate sotto una scorza quasi di metallo, ma non vi era dubbio circa la sua effettiva consistenza e sul fatto che fosse una realtà forte proprio perché fatta di persone che non tardavano a manifestare la propria vicinanza: potevi lasciarti andare all’ indietro, come nelle prove di coraggio, ed eri più che certo che nessuno ti avrebbe fatto cadere. Nessuno, funzionari compresi. Avresti trovato sempre un collega disposto a darti una mano, magari ti avrebbe insegnato anche a vincere lo sconforto, a non venir sopraffatto dalla paura; ma soprattutto ti avrebbe insegnato a vivere nel rispetto e di rispetto. Oggi invece la sostanza si è dissolta, rimpiazzata a sua volta dalla forma, anzi, dal format prescritto dalla sintetica disposizione «Times New Roman 12, doppia interlinea e spazi come da circolare». Sì, perché un’apposita circolare spiega per filo e per segno quali caratteri usare e come dosare spazi, interlinee e grassetto. Per cui se la forma è sostanza, una lettera scritta nel rigoroso rispetto di tali parametri sarà automaticamente sinonimo di professionalità, a prescindere dai contenuti. Quella lettera attesterà all’ istante la competenza di chi l’ha scritta mettendone in risalto abilità, coraggio, onestà, rispetto. Al contrario, immaginate una lettera in font Arial, corpo 11. Che impressione ne ricavate? Sciatteria, approssimazione, forse anche scarsa abnegazione? Può darsi. Arial 11 dà anche quella sgradevole sensazione di cose lasciate a metà, un misto di ingenuità e improvvisazione. E poi, se invece di due spazi ne mettessimo tre? Apriti cielo… oltre che una violazione della deontologia, qui si palesa una totale incapacità nel gestire le situazioni più complesse.

Sto scherzando, è ovvio, ma l’ironia serve appunto a questo: a soffermarsi su alcuni aspetti del vero evidenziandoli con una luce paradossale. E se nel leggere queste righe sorridete, sappiate che noi, nei primi tempi, affrontavamo la questione con umorismo, salvo poi renderci conto che tutto ciò non era uno scherzo. Una, due, tre, quattro bozze di lettere… Lettere scritte, stampate, corrette e ancora riviste, ma nulla da fare perché uno spazio di troppo, una virgola in meno, un’interlinea non a norma invalidavano il contenuto. Perché se la forma è sostanza, come vogliono farci credere, il contenuto ora vale meno di zero.

A questo punto sarebbe bene ricordare che la forma è sostanza nella misura in cui c’è una sostanza; diversamente la forma da sola non è in grado di influire sulla natura e l’essenza delle cose. Non si può prendere il nulla, infarcirlo di vuoto e di lì fare il pieno. Senza sostanza la forma resta un guscio inespressivo e non è necessario essere filosofi per arrivare a tanto. Anzi, credo che anche Aristotele si troverebbe d’accordo nel denunciare la pochezza che si cela dietro questa cattiva pratica che ultimamente si è imposta in molti settori, non solo nel nostro.

Ora come ora la sostanza è merce sempre più rara. Quella sostanza fatta di poliziotti, anzi, di Poliziotti, cioè operatori di strada che non staccano neanche quando vanno al supermercato con la famiglia, che indossano l’uniforme come se fosse sempre il primo giorno e che hanno mantenuto lo spirito e l’entusiasmo di agenti ausiliari (ossia di quando erano entrati in Polizia per il servizio militare), perché a dispetto di tante cose credono ancora in ciò che fanno.

Perciò mettetevi pure l’anima in pace e arrendetevi al nuovo corso dei tempi. Quel poco di concreto che non è stato disperso, rimosso, annullato, deve ora chinare il capo al nuovo verbo che recita inesorabile: «Times New Roman 12 con doppia interlinea».

E con la scusa di una forma fine a se stessa si è partorita una circolare controversa in cui si «avvertono» (è un eufemismo) i dipendenti dell’Amministrazione che ogni messaggio postato sui social network potrà essere oggetto di un attento vaglio, dal momento che noi, poveri sbirri, prima di essere uomini liberi, cioè cittadini tutelati dalla Costituzione, siamo appartenenti alla Polizia di Stato, con tutto quello che ne consegue. Come dire: “Un grande occhio vigile vi segue ovunque e se manifestate un pensiero ritenuto disdicevole per insindacabile nostro giudizio, aspettatevi il peggio”.

Tuttavia, se invece di fare le pulci sui caratteri grafici si fosse pensato a specifici programmi di aggiornamento e a corsi intensivi per spiegare a fondo le logiche e i meccanismi pratici che improntano l’universo social, saremmo diventati tutti più consapevoli del mezzo, più professionali nel nostro lavoro e più predisposti per gestire e vivere meglio questa importante trasformazione che ha investito la comunicazione in ogni sua piega. Ma ovviamente nessuno guarda più avanti del proprio naso, essendo tutti presi dalla carriera e dalla riforma che ha ingrossato in modo considerevole gli stipendi dei direttivi (dirigenti e funzionari) grazie anche a disinvolte manovre, con aumenti di quasi 1000 euro al mese, che hanno assorbito gran parte dei fondi accantonati, lasciando al resto della truppa poco più che le briciole.

Nessuna circolare che spieghi come riorganizzare gli uffici di fronte a una carenza di personale ormai spaventosa e costantemente sottaciuta. Sono anni che si procede a forza di doppi turni, con straordinari (unica categoria di lavoratori per la quale il costo dello straordinario vale meno dell’ordinario) che se tutto va bene saranno pagati dodici mesi dopo, magari pure preceduti da comunicati per catturare consensi e fare incetta di like.

Nessuna circolare per sapere che fine abbia fatto il taser in sperimentazione da almeno un decennio, per cui quando si deciderà di adottarlo sarà una dotazione già obsoleta, nel frattempo decine di colleghi finiscono all’ospedale per questa NON scelta, ovviamente con spese interamente a carico della comunità dei cittadini. Ma l’Italia, si sa, è un paese che brilla per la cronica assenza di decisori, per cui anche in questo caso a rimetterci saranno sempre gli ultimi nella catena di comando: i più deboli ma più esposti ai rischi del lavoro, ritenuti colpevoli solo per aver esternato frustrazione e rabbia su Facebook senza premurarsi di usare Times New Roman in corpo 12.

Poliziotti.it