IL COORDINAMENTO (QUESTO SCONOSCIUTO)


IL COORDINAMENTO (QUESTO SCONOSCIUTO)

L’attuale assetto dell’apparato istituzionale preposto alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica poggia essenzialmente sul Dipartimento della P.S., diretto dal Capo della Polizia-Direttore Generale del Dipartimento della P.S., alle dipendenze del Ministero dell’Interno.
Al Ministero dell’Interno, inoltre, fanno riferimento l’Arma dei carabinieri in quanto forza armata in servizio permanente di pubblica sicurezza, e la Guardia di Finanza per il concorso al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. (art. 16, L.121/81)
L’Arma dei carabinieri, in quanto forza armata (non più dipendente dall’esercito ma autonoma), ha una dipendenza gerarchica e funzionale anche dal Ministero della Difesa, e svolge anche compiti di polizia militare.
La Guardia di Finanza, anch’essa a ordinamento militare, dipende invece, gerarchicamente e funzionalmente dal Ministero delle Finanze, a causa delle sue specifiche funzioni in materia di polizia tributaria.
La legge 121 del 1981, più conosciuta per aver riformato il disciolto Corpo delle Guardie di P.S. e creato la Polizia di Stato, smilitarizzata ma ad ordinamento speciale, ha definito le attribuzioni delle qualifiche di Autorità provinciale e locale di P.S, cioè il Prefetto su un piano di direzione generale, e il Questore per quanto riguarda la responsabilità, la direzione e il coordinamento su un piano più strettamente tecnico-operativo. (artt. 13, 14 e 15, L. 121/81)
Tutto ciò in teoria, perché, nella realtà, come spesso accade, le cose vanno diversamente.
In pratica, infatti, ognuna delle tre forze di polizia svolge la propria attività in maniera pressochè autonoma ed indipendente dalle altre, tanto che il coordinamento è, e rimane, un concetto, un’idea, una buona intenzione solo professata ma non attuata, e il questore non esercita a pieno le sue prerogative di autorità provinciale e locale di P.S. tranne che in alcuni casi ben specifici e, comunque, diremmo così, circoscritti ad alcune situazioni particolari.
Inoltre, anche in questi casi, non può, di fatto, disporre in pieno del potere che la legge gli conferisce in materia, per evidenti motivi di opportunità, laddove le norme di legge vengono in qualche modo sminuite e applicate come in una sorta di rispetto di quello che si può definire un “gentlemen agreement”, volto ad evitare che da una parte si debba o si possa avvertire l’attività istituzionale dell’autorità di P.S. come una ingerenza in questioni interne a corpi di polizia diversi dall’Amministrazione alla quale egli appartiene
Questo modo di agire stravolge completamente lo spirito e i dettami della legge 121/81 con la quale, invece, si intendeva a suo tempo definire con precisione quali fossero le competenze e le attribuzioni.
Permane, quindi, una situazione che potremmo definire di “provvisorietà”, nella quale Polizia di Stato, Arma dei carabinieri e Guardia di finanza svolgono la loro attività preoccupandosi, ovviamente, di perseguire i fini istituzionali ma in un’ottica che, inevitabilmente, privilegia anche l’interesse “di parte”.
Da un lato un’Autorità di P.S. che rinuncia a proporsi e a svolgere il suo ruolo pienamente per non turbare equilibri radicati, dall’altra i comandanti provinciali degli altri due corpi che, rispettando formalmente quel ruolo, di fatto lo disconoscono, non accettando questa impostazione prevista dalla legge che imporrebbe una dipendenza funzionale piena, e in qualche modo anche gerarchica, a quello che, in definitiva, è anche il capo della polizia nella provincia, quindi di un corpo di polizia nei confronti del quale ritengono di volersi porre in termini di assoluta parità.
Il nodo della questione, fondamentalmente, è tutto qui, e ovviamente non riguarda solo la periferia ma, anche e soprattutto, il centro, i vertici.
Ora, si può ben capire, quello che si svolge quotidianamente è niente più che un gioco delle parti che trascina dietro di sé una serie di problemi e incongruenze affatto trascurabili, per i quali, poi, lo Stato come entità politica, sociale e giuridica, e la gente, il singolo individuo, finiscono per pagarne il prezzo in termini di standard di sicurezza sicuramente al di sotto del loro livello naturale, quello cioè che si riscontrerebbe in una situazione in cui, stabiliti i princìpi e i criteri di applicazione delle norme in materia, queste siano applicate senza esitazione né dubbio alcuno.
Uno stato moderno, civile, attento alle necessità della gente, che in linea di princìpio concilia la tutela dell’interesse collettivo primario con quello dell’ individuo, non può permettersi il lusso di avere tre corpi di polizia indipendenti, senza una direzione unica e inequivoca che non conceda spazio ad ambiguità convenzionali, evitando assolutamente sovrapposizioni, parallelismi e dualismi inutili e dannosi, o addirittura contrasti, aperti o dissimulati.
La situazione attuale tende a privilegiare l’autoreferenzialismo dei Corpi in danno dello spirito istituzionale e, quindi, di quello che è il senso di esso, cioè rispondere allle necessità delle persone che costituiscono la comunità; nel caso specifico, garantire il diritto alla sicurezza.
Nessuno si può illudere che il problema della sicurezza pubblica possa essere affrontato e risolto, e di ridimensionare i vari fenomeni criminali, dai più piccoli ai più grandi, senza partire da qui.
Ma, attenzione, il coordinamento delle forze di polizia (che sa molto di compromesso inutile), concetto fin troppo abusato e idealizzato, è una soluzione ormai superata, non più adeguata ai tempi, perciò si corre il rischio, qualora venisse veramente realizzato, di trovarsi davanti a un servizio che non è più in linea con i tempi e, quel che è peggio, che è costretto a rincorrerli.
E’ un errore nel quale un governo avveduto, aperto a soluzioni che rispondano a criteri di modernità ed efficienza non può e non deve incorrere.
Non si tratta più di trovare una soluzione utile, ma “la soluzione giusta” che permetterebbe, inoltre, anche un notevole risparmio della spesa pubblica, laddove essa preveda l’accorpamento di servizi attualmente resi da tre unità in modo diverso e disomogeneo, complessivamente disorganizzato.
In previsione di una riforma in senso federalista dello stato, con conseguente decentramento dei poteri, è giusto trasformare l’attuale apparato ormai statico in una macchina dinamica, snella, incisiva ed efficiente.
Come ? Innanzitutto istituendo, nell’ambito del Dipartimento della P.S., le strutture regionali a capo delle quali porre un responsabile, cioè un vero e proprio capo di un dipartimento periferico della polizia con poteri di gestione, di individuazione e di attuazione degli indirizzi, che risponda direttamente al Capo della Polizia quale Direttore Generale del Dipartimento della P.S.
Per quanto riguarda i servizi investigativi, con l’istituzione dei dipartimenti antidroga, antiterrorismo, anticrimine e antimafia con competenza esclusiva in materia, in grado di interagire tra di loro ove fosse necessario e/o opportuno.
E’ ovvio che per attuare un progetto di questa portata occorre una seria e profonda riforma di tutto il sistema sicurezza attuale, che abbia quale obbiettivo non già l’unificazione dei corpi di polizia, ma la creazione di un corpo unico della Polizia di Stato, riservando ad altro Corpo, separato, le attribuzioni dei compiti di polizia militare, e ad altro ancora quello di polizia tributaria.
Impossibile ? No, affatto. Tutto dipende dalla volontà di dare finalmente al Paese un apparato sicurezza moderno strutturalmente, organizzato ed efficace.
Così come è concepito e strutturato attualmente non corrisponde alle esigenze reali, è anacronistico, e costretto inevitabilmente a pagare un prezzo decisamente troppo alto ad interessi che nulla hanno a che vedere con quelli della sicurezza e dell’ordine pubblico, ma più bloccati su un corporativismo incredibilmente e assurdamente condizionante.
Il nostro Paese deve darsi una struttura di polizia che risponda anche alle norme stabilite in materia dall’accordo di Schengen, rispettando l’impegno assunto quale Stato appartenente all’Unione Europea.
Si faccia una volta per tutte questa benedetta indispensabile separazione tra corpi di polizia e forze armate, evitando che le une si sovrappongano alle altre allargando il campo d’azione in settori che non possono e non devono riguardare le forze armate, con una netta distinzione, quindi, tra Pubblica Sicurezza e Difesa.
Non si tratta di privilegiare l’uno o l’altro Corpo, ma di porre fine a una confusione di ruoli e competenze e di evitare un accentramento di poteri che in uno Stato democratico devono essere nettamente distinti e separati tra loro.
Oggi, ci ritroviamo con la Polizia di Stato che svolge esclusivamente compiti di polizia a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e l’Arma dei carabinieri, che è una delle quattro forze armate, che paradossalmente svolge compiti di polizia, di polizia militare e che viene impiegata anche in missioni di guerra, nonché in quelle cosiddette di “polizia internazionale” in aree particolarmente a rischio.
Insomma, un corpo di soldati che svolgono anche attività di pubblica sicurezza.
Inoltre, si aggiunga la Guardia di Finanza, anch’essa militarmente organizzata seppure con peculiarità diverse e specifiche, con i suoi reparti antidroga e antimafia, .
Nessuna polemica, sia ben chiaro, e nessun tentativo di riaccendere vecchie diatribe o provocare ulteriori contrasti oltre a quelli già esistenti, non fa bene a nessuno e soprattutto non risolvono il problema.
D’altra parte, se polemiche e contrasti ci sono, e da tempo, non sarà certo un caso, ma più verosimilmente proprio perché esiste una situazione per la quale non possono non esserci, inutile negarlo.
Se poi, invece di sciogliere i nodi se ne aggiungono degli altri allora la strada è sempre più difficile, e lo sarà sempre di più, fino a diventare impraticabile.
SB