Sindacati


Più o meno autonomi o più o meno politicamente orientati, costituiscono un panorama dove il pluralismo la fa da padrone, nel bene e nel male.
I sindacati maggiormente rappresentativi, nati ufficialmente nel 1981 con la legge 121/81 sulla scia di quello che precedentemente era un “movimento” inizialmente “clandestino”, successivamente sempre più emergente, caratterizzato da una forte spinta verso la smilitarizzazione dell’allora Corpo delle Guardie di P.S, per una “democratizzazione” della Polizia.
Mai come ora, forse, c’è stata un’attenzione così forte e importante dei media verso le organizzazioni di categoria.
I fatti del G8 hanno provocato un effetto traino tale da dare visibilità anche a quelle sigle che di solito non compaiono nei maggiori quotidiani a meno che non incontrino gli onori delle cronache per iniziative particolarmente “ad effetto”.
E proprio in seguito a quegli eventi che risalta in modo preciso e netto quel pluralismo cui accennavamo sopra; una molteplicità di prese di posizione espresse talvolta con serenità ed equilibrio, altre con foga e passione idealistica, e altre con l’evidente intento di “obbedire” agli “ordini di scuderia”, col tentativo infelice e malriuscito di tutelare la dignità professionale del poliziotto senza però discostarsi dalla posizione e dalla linea dei partiti ai quali fanno riferimento in maniera evidente.
Qualcuno, ad esempio, ha deciso di incontrare gli esponenti del GSF “come se la polizia avesse il diritto di fare la propria politica anziché il dovere di obbedire al governo e al Parlamento”, ha autorevolmente criticato l’ex Ambasciatore Sergio Romano con un editoriale sul Corriere della Sera titolato “Il malessere con la divisa”.
Una critica, questa, che sentiamo di condividere in pieno e dalla quale intendiamo prendere spunto per riflettere serenamente su quale debba essere realmente il ruolo del sindacato, partendo proprio dalla base di una realtà complessa e delicata quale quella che noi, uomini della Polizia di Stato viviamo e della quale siamo parte ed espressione, della quale dobbiamo, anche per rispetto verso noi stessi, tenere conto ed avere sempre ben presente.
L’iniziativa di quel sindacato ha poco a che vedere con le finalità di tutela dei diritti dei poliziotti, e si qualifica, invece, come un atto oggettivamente politico privo di una qualsivoglia valenza sindacale.
Dall’altra, si dice nell’editoriale, “alcuni sindacati delle forze dell’ordine hanno dimenticato la delicatezza della loro funzione e parlano come una qualsiasi lobby corporativa, minacciando scioperi e picchettaggi”.
Siamo d’accordo anche su questo, ma ammettiamo che è troppo facile riconoscerlo a posteriori, e magari trovarsi a condividere certe posizioni la prossima volta in cui la rabbia e l’incredulità per una criminalizzazione profondamente ingiusta e subdola, torna a farsi sentire.
Mai prima d’ora, infatti, dalla nascita del sindacato nella Polizia, si era assistito a una campagna di odio contro i poliziotti di tale intensità, che ha messo in serio pericolo l’immagine e la credibilità di un intero corpo tanto da richiedere ben più di un intervento ufficiale del Presidente della Repubblica per confermare la fiducia dello Stato a una delle sue stesse Istituzioni.
La rabbia espressa dai poliziotti denuncia un malessere concreto, che non è nato a Genova, nè prima nè dopo il G8, ma che quei fatti hanno contribuito in maniera determinante ad accrescere fino a farlo esplodere.
Proprio “l’immagine e l’identità delle forze dell’ordine” in generale, e della Polizia di Stato nello specifico, rappresentano il nodo cruciale; se alcuni sindacati sono arrivati a minacciare manifestazioni di protesta tali, può essere criticabile, ma sarebbe un grave errore non guardare oltre e non rendersi conto che siamo in presenza di una estremizzazione idealistica, di fatto inattuabile, ma comprensibile; un modo di richiamare fortemente l’attenzione proprio su quel malessere colpevolmente trascurato da governi che si sono succeduti nel tempo senza porre al centro della propria attenzione, tra gli altri, anche i problemi di varia natura che esistono e condizionano l’Istituzione e i suoi uomini.
Si tratta di un “distratto interessamento” del quale, però, anche alcuni sindacati si sono resi complici, con una disponibilità al compromesso sistematica e talvolta compiacente.
La progressiva frantumazione dei due principali sindacati, con la contemporanea nascita spesso di nuove “sigle” più che di nuove idee e contenuti, è sintomatica e conseguente.
Il vero pericolo, secondo noi, è che le cose vengano lasciate al loro destino, sensazione che si avverte nettamente, così come sta avvenendo in questi giorni in cui la deresponsabilizzazione da una parte, e la criminalizzazione e delegittimazione dall’altra, stanno seriamente mettendo in crisi un’immagine e una identità già fortemente messe a dura prova.
Se i poliziotti gridano allo sciopero è segno che la disaffezione al loro lavoro non ha raggiunto livelli preoccupanti, ma ciò potrebbe accadere, con le conseguenze che sono facili da immaginare.
Niente può far cessare la passione per il proprio lavoro quanto il mancato riconoscimento della propria identità e immagine professionale.
In qualche modo, per qualche sindacato il G8 ha rappresentato un’opportunità (malamente sprecata) di riscatto, per recuperare credibilità agli occhi degli iscritti e dei poliziotti in generale.
In generale, il sindacato è mancato clamorosamente, mostrando, per contro, quanto ci si affidi alla demagogia e mossi dalla necessità di esserci più che dalla consolidata autorevolezza nell’argomentare tesi legittime, in un mare di polemiche dirette e di scambio di accuse con coloro che non rappresentano nè un interlocutore nè una controparte.
Si può affermare, senza tema di smentita, che i poliziotti stanno gettando al vento uno strumento formidabile atteso, sofferto, voluto e cercato, che una volta ottenuto ha paradossalmente finito per rappresentare un punto di arrivo e non di partenza.
L’unico vero risultato ottenuto fino ad oggi dal sindacato è l’istituzione del “comparto sicurezza”, che non ha dato però gli effetti sperati poiché non è coinciso con lo sganciamento dal pubblico impiego.
Non solo, ma si è rivelato un’arma a doppio taglio, giacché i COCER di carabinieri e finanza, che non sono organismi sindacali ma a carattere esclusivamente e puramente “consultivo”, hanno comunque un peso nella contrattazione, ma essendo vincolati ai rispettivi comandi generali la loro tendenza naturale non può non essere indirizzata verso una soluzione “accomodante” delle problematiche; una posizione “filogovernativa” in presenza di conflittualità con la controparte dalla quale traggono il massimo del risultato con il minimo sforzo, avanzando e offrendo implicitamente una immagine di preteso maggior senso di responsabilità e coscienza istituzionale, nonchè di affidabilità sul piano dell’autonomia dai partiti e dalla politica, rispetto alla Polizia di Stato.
In un contesto di questo genere, il sindacato finisce per costituire paradossalmente quasi un handicap invece che uno strumento a favore, e lo sarà fino a che non smetterà di correre dietro ai fantasmi della demagogia, restando intrappolato nella propria immagine che è riflessa dallo specchio della politica dei partiti e del potere.
Identità, immagine e coscienza, solo attraverso una maggiore attenzione verso questi princìpi il sindacato ritroverà il suo vero ruolo, a tutto vantaggio dei poliziotti.

21 novembre 2001 S. Baiocchi