Amore e Stellette


Amore e Stellette

Questa è una storia che non ha tempo.
La puoi vivere nella seconda metà dell’Ottocento così come all’inizio degli anni Ottanta. Un periodo lunghissimo in cui la Polizia di Stato ha cambiato spesso denominazione ma non i suoi contenuti evidenziati da un simbolo, le stellette attaccate al bavero della giacca. E da uno dei suoi nomi più famosi: Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza.
Questa è una storia che… non è una storia. E’ uno spaccato di vita che ha toccato nel profondo moltissimi colleghi, creando loro problemi talmente dilanianti nella loro intensità da avere vincolato scelte e futuro. Perchè quando i sentimenti collidono inevitabilmente con un regolamento militare, beh, diventa difficile riuscire a mantenere stabile la rotta della tua vita.
In essa ci ho messo anche tanto del mio: certe vicissitudini sono state vissute anche senza stellette sulla giacca…

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L’hai conosciuta durante una tiepida estate. Dove, non importa: una sagra paesana, un ritrovo di amici, durante i fuochi d’artificio ferragostani oppure durante lo svolgimento di un’attività a carattere sociale che avevate in comune. I suoi occhi di un indefinibile commistione di colori ti avevano letteralmente folgorato: non eri abituato a sentire dentro di te lo stomaco aggrovigliarsi ogni volta che la vedevi passare o che semplicemente ne sentivi pronunciare il nome. Per la prima volta in vita tua ti sei sentito goffo e impacciato nei tuoi patetici tentativi di approccio, sicuro che lei non ti avrebbe degnato neanche di uno sguardo.
Poi invece è capitato: lei ti ha guardato. Può essere successo in un’infinità di modi, dal più classico e ottocentesco corteggiamento fatto di cavallereschi appuntamenti per un the fino a quei baci appassionati scambiati sui sedili di un’utilitaria parcheggiata in una stradina semi buia, al rientro da una pizza vinta per scommessa, con i grilli che cantavano la più bella colonna sonora che sembrava fatta solo per voi. Come ho già detto, questa è una storia senza tempo. Eravate entrambi molto giovani. E soprattutto, senza arte né parte: lei, con un lavoro appena avviato e ancora avvolto da mille incertezze. Tu, con le valigie quasi pronte per un luogo lontano: una sperduta scuola allievi guardie di pubblica sicurezza grazie al superamento di un concorso per uno dei Corpi più blasonati dello Stato italiano, la Polizia.
Quest’ultima ti ha accolto tra le sue braccia come fa la mamma con un figlio. E’ una mamma severa, però. Una mamma che chiede sacrifici continui, tanto rapida e implacabile nel punirti quanto lenta e avara nel gratificarti. Ma alle mamme non si può che voler bene e tu lo hai fatto accettando di buon grado le mille difficoltà che ti si sono presentate da quando il Colonnello direttore della scuola ti ha spiegato che fare il poliziotto è un po’ come fare il prete: non sai dove la Curia ti manderà, ti scontrerai con parrocchiani difficili e – soprattutto – non avrai altro tempo che per quell’Uniforme che già dal primo giorno hai sentito come la tua seconda pelle. Ti sei trovato improvvisamente per la prima volta nella tua vita a centinaia di chilometri da quello che fino ad allora era stato il tuo mondo. A centinaia di chilometri da lei. Ti sei trovato a pensarla nelle poche ore di sonno che ti erano concesse tra il contrappello serale e l’alzabandiera mattutino; era nella tua testa durante le esercitazioni e le lunghe e tediose lezioni teoriche in aula; sentivi quei suoi occhi così particolari posati su di te in qualsiasi momento della giornata, certo che ti stesse pensando con la medesima tua intensità, unico modo per colmare quel divario abissale di chilometri che vi separava. Ed era un pensiero che ti faceva stare bene. Non so come lo hai colmato, se con lettere scritte a mano al lume di una lampada, con il pennino che scricchiolava sulla carta; o spedendole una cartolina con un’insulsa panoramica della città senza il coraggio di scrivere la cosa più importante, “Mi manchi”; oppure se con lunghe attese all’unica cabina telefonica funzionante, aspettando che tanti altri come te spendessero quel gettone in pochi minuti di felicità, sentendo una voce lontana, come un tossicodipendente in attesa della sua dose.
Poi sei diventato un Poliziotto a tutti gli effetti. Ti hanno spedito in giro per l’Italia a svolgere la tua missione. Ovunque andassi, eri sempre l’ultimo arrivato, l’ultima ruota del carro: problemi per le licenze, problemi per i permessi, problemi per tornare a casa e rivederla. E poi c’era quel maledetto articolo 28 del regolamento che tracciava in modo rigoroso tutte le procedure per farti sposare. Un regolamento che, sebbene accettato, ti faceva venire voglia di andartene via soprattutto quando leggevi che non ti saresti potuto sposare prima dell’ottavo anno di servizio. Otto anni…. C’è un’eternità intera dentro otto anni, soprattutto quando non sapevi mai se saresti tornato a casa vivo dal servizio del giorno dopo. Ma hai tenuto duro. Non perchè sei migliore degli altri, ma perchè lei era lì. C’era quando tornavi a casa in licenza, giorni frenetici che passavano in un lampo tanto da farti convincere che il tempo ha una serie di dilatazioni tutte sue: passa troppo in fretta quando vorresti che si fermasse; non ti passa più quando stai contando le ore per riabbracciarla. Hai odiato quelle tratte chilometriche ferroviarie o autostradali che ti portavano via da lei; hai fatto autentiche “sgambate” a 180 all’ora pur di vederla un’ora soltanto, sperando di non trovare i colleghi della Stradale dietro la prossima curva, con quegli appuntamenti “mordi-e-fuggi” in un parcheggio vicino a casa sua. Hai continuato a pensare a lei sempre, durante gli interminabili viaggi sui camion verso l’ennesimo ordine pubblico “pesante”, durante le guardie armate di fronte a un consolato, durante i servizi di volante in una città che non conoscevi. Lei ti ha tenuto compagnia tante di quelle notti solo col pensiero, quando abbracciavi il cuscino della tua branda, cercandola disperatamente; oppure al telefono, con un sacchetto di monetine in mano alla cabina telefonica della caserma, mentre anche lei stava lavorando durante il tuo stesso turno. Parlavate di tutto, non parlavate di niente: in mano di entrambi, un sentimento troppo grande per essere compreso davvero. Ti sei trovato a fare gesti da bambino. Uno su tutti? Ti stai costruendo casa, arrivi a montare uno stipite di una porta e improvvisamente ti trovi in mano una penna che scrive i vostri nomi sul legno e li chiude in un cuore: poi, una cazzuolata di malta li rende perpetui saldando quello stipite al muro così come tu hai saldato il tuo amore a lei. Un gesto che sembra una stupidaggine, ma che ha fatto nascere in te una gioia quasi infantile e perciò ancora più bella.
Nel frattempo lei ti ha visto cambiare. Lo stampo militare del tuo lavoro ti ha militarizzato pure il carattere: più freddo, distaccato, a volte perfino arrogante così come quel tuo lavoro ti costringeva ad essere con tutti. Ma lei ti capiva: soffriva come un cane, ma ti capiva. Sembrava che quella fosse l’ultima telefonata dopo l’ennesima lite, ma alla fine si chiudeva sempre con la stessa frase: “Allora, ci sentiamo domani?” E quale volevi che fosse, la risposta? Otto anni di servizio sono un’eternità, l’ho già detto. Ma te li sei fatti passare giorno dopo giorno, mese dopo mese. Non so come ci sei riuscito: magari hai fatto la “riga” sul calendario oppure hai cercato di non pensarci proprio sennò impazzivi. Ti sei trovato a dover rispondere a troppe domande personali, ad accettare indagini su di te, su di lei, sulla rispettive famiglie quando finalmente hai potuto presentare il Ministero la richiesta di autorizzazione al matrimonio, sapendo che bastava avere avuto anche solo un bisnonno “più attaccato alla bottiglia che non alla famiglia” perchè ti negassero questo tuo sacrosanto diritto. Motivi di moralità, li chiamavano.
Questa storia non ha avuto un inizio. Non ha neanche una fine: ognuno di voi ci metta il finale che più gli piace. Perchè l’ho scritta? Non lo so: sono le 2:40 di una notte qualsiasi e mi trovo a buttare giù pensieri che non mi facevano prendere sonno ma solo rigirare nel letto. Forse perchè per quell’assurdo articolo 28 ci sono stati colleghi che nelle varie epoche sono arrivati a compiere un gesto estremo, incapaci di sopportare il tempo che non passava mai, il fatto conseguente di non potere avere figli, il tenere nascosta al comando la propria relazione sentimentale altrimenti chissà dove li avrebbero trasferiti. Ci sono stati colleghi che invece hanno preferito prendere un’altra strada: addio, Polizia! Meglio una famiglia subito e scaricare cassette al mercato piuttosto che continuare ad aspettare.

Ma questa storia deve insegnare a noi moderni Poliziotti del 21° secolo, troppo spesso avvezzi alla lamentela cronica e al piagnisteo costante, cosa hanno passato tanti colleghi fino a 27 anni fa. Oggi l’articolo 28 non c’è più, ognuno di noi si può sposare come e quando vuole. Questa non è una storia da libro Cuore: è una storia vera che ha sommato disagi a disagi in tempi in cui non esistevano i telefonini che oggi ti consentono di chiamare la tua bella in ogni momento della giornata; non esistevano internet, skype, messenger, chat, room, tricche e ballacche varie come adesso. Esistevano la carta, un calamaio con un pennino e – quando proprio ti andava di lusso – una cabina telefonica a gettoni che spesso manco funzionava. Però esistevano amori forse più veri, forgiati da quelle stesse difficoltà di fronte alle quali molti in passato si arresero. Difficoltà che sicuramente farebbero arrendere molti di noi anche oggi.
Allora ricordiamo quei colleghi che si sono arresi di fronte al logorio del tempo che non passava mai. Nel corso delle mie ricerche per la redazione, mi sono imbattuto in tantissimi di loro morti suicidi, a volte camuffati da “colpo accidentale di arma da fuoco” solo perchè un Comandante coscienzioso ha avuto a cuore quella situazione e ha voluto assicurare comunque un minimo sussidio al parenti. Per ovvi motivi, tutti questi colleghi non possiamo censirli su Cadutipolizia: al di là delle nostre personali considerazioni, il suicidio è un gesto troppo intimo perchè si possa metterlo in piazza. Ma sono convinto che tanti dei colleghi del passato che hanno preferito un colpo di Beretta alla testa o un cappio al collo lo abbiano fatto proprio perchè non sono riusciti a bilanciare una storia come questa: amore e stellette, appunto.

P.S.: voglio ringraziare la “musa ispiratrice” di questo articolo. E’ una persona troppo riservata per cui non ne faccio il nome. Ma è l’unica donna che con la sua pazienza e costanza mi ha insegnato sul serio cos’è l’amore vero.

Gianmarco Calore – Poliziotto – per la redazione di cadutipolizia.it 09/03/2009