Divise e Violenza


Divise e Violenza

Sembra essere una società, la nostra, che non può fare a meno di “nutrirsi” in qualche modo di violenza: violenza esibita, violenza mostrata, violenza “partecipata”, violenza collaborata in un turbine continuo e vario di aggettivi per ogni giorno della settimana.
Una violenza che vogliamo guardare, che deve essere mostrata, come se fosse “normale” guardare in volto un killer mentre spara freddamente, come fosse il gesto più naturale del mondo, alla sua vittima in una delle tante strade “difficili” di Napoli.
E si passa quindi di violenza in violenza ogni giorno, passando i nostri occhi, le nostre orecchie e le nostre parole attraverso un escalation di cui, per ora, non è ben chiara una fine.
Da Napoli a Roma, il passo è breve: se nella gloriosa Partenope la violenza si consuma palesemente attraverso le sequenze dinamiche di un video, che stanno facendo il giro del mondo, all’ombra del cupolone le immagini statiche di Stefano Cucchi sconvolgono e ci mostrano, senza che in realtà ve ne fosse davvero bisogno, quanta cruda violenza l’uomo è capace di scaricare sui propri simili.
Già, la violenza, un onda in piena che può colpire tutti, senza distinzione, senza differenza di religione, sesso, età, un moto spesso distruttivo da cui molto spesso non siamo in grado di sottrarci.
Nella nostra professione, certamente, la violenza è una componente con cui abbiamo “l’onore” di confrontarci quasi quotidianamente – stupri, rapine, scippi, percosse – e non parlo, purtroppo, solo delle aggressioni alle divise ma anche quelle dove le divise, ahinoi, sono spesso causa scatenante della violenza stessa.
Non si può essere ipocriti, chi vuole sostenere che la violenza insita nel nostro lavoro sia sempre generata dalla provocazione fisica del pregiudicato di turno sa di mentire consapevolmente.
Le dinamiche umane, da cui noi poliziotti, in quanto esseri umani non possiamo sottrarci, ci dicono che può capitare che qualcuno di noi possa essere portatore di violenza e purtroppo non sono io a sostenerlo ma le diverse sentenze, moltissime non note alle cronache, che hanno visto condannare tutori dell’ordine a pesanti risarcimenti nei confronti di arrestati perché vittime di ingiuste percosse.
Di questa violenza mostrata, di cui oggi forse siamo mediaticamente più vittime rispetto al passato, possiamo oggi “saggiare” quella perpetrata, come dicevamo, su Stefano Cucchi di cui ancora troppe sono le ombre e le convinzioni sull’operato delle forze dell’ordine tanto che ancor prima di avere importanti elementi di indagine all’interno del fascicolo di quello che è attualmente “Il Caso Cucchi”, primaria e quasi scontata è stata l’addossare la colpa sull’operato dei Carabinieri, prima, e della Polizia Penitenziaria, poi.
Un inchiesta, quella in corso, che quasi sta mal digerendo che quella morte, molto probabilmente, non è da ricondursi al cattivo operato degli operatori in uniforme.
Una nota di delusione pare quindi trasparire tra le righe di chi ci riporta le novità sulla morte del povero Stefano, un modo di raccontare la cronaca questo che forse dovrebbe far riflettere in molti prima di puntare immediatamente il dito. – Attendiamo comunque di sapere la Verità presto qualunque essa sia –
Divise e Violenza, quasi un assioma, un paradigma, uno “scellerato patto” o per lo meno così appare essere nonostante, credetemi, vi siano moltissimi operatori rispettosissimi delle regole e della dignità umana di quanti le cronache non facciano pensare.
Se di assioma si tratta, se gli organi di stampa, che si fregiano tutti di essere sempre superpartes e obbiettivi, da subito inclinano la penna verso la gratuita violenza perpetrata dalle solite divise, non è il caso forse di interrogarci sul perché si sia arrivati a questo ?
Non è forse il caso di interrogarci sulle reali motivazioni che hanno portato l’opinione pubblica a concepirci troppo spesso come coloro che sono in grado solo di menare le mani?
Non è forse arrivato il tempo di analizzare attentamente e scientificamente i fatti che hanno portato la condanna di taluni operatori di Polizia per gesti di gratuita violenza verso arrestati ?
Io non credo sia giusto liquidare il fenomeno come “la classica mela marcia”, la mela marcia deve essere l’eccezione; se l’opinione pubblica è così portata a credere alla violenza insita nel nostro operare quotidiano non è forse il caso di analizzarne attentamente le cause, non solo dal punto di vista socio politico ma anche da quello più strettamente intimo di ogni singolo operatore?
Non è forse il caso di utilizzare la scienza, la medicina, la psicologia per prevenire il fenomeno?
E’ prioritario quindi capire il perché dello sviluppo della violenza in un operatore delle forze dell’ordine, prevenirne gli effetti, studiarne le dinamiche e fare in modo di azzerarne il più possibile le cause.
Non si possono tollerare gesti inconsulti da parte di un operatore di polizia, dovere è che qualcuno intervenga per studiare seriamente i singoli fenomeni e porvi rimedio in anticipo.
Dichiarare oggi che uno “sbirro” è violento è quasi una ovvietà, un luogo comune: questo è vergognoso!
Il patto di fiducia tra le forze dell’ordine e la popolazione non può passare attraverso le interrogazioni parlamentari e azioni di tipo politico, come nel caso Cucchi o in quello Aldrovandi. Azioni come queste non fanno altro che generare un inutile caccia alle streghe e un malsano senso di giustizia: i processi si fanno nei tribunali e non nella aule parlamentari.
Non è possibile arrivare al coinvolgimento della politica e dei media per ogni caso dubbio, è necessario piuttosto garantire serietà, celerità, mezzi alla giustizia perché un sistema che si avvale della politica e dei media per tenere alta l’attenzione non può avere garanzia di imparzialità e obbiettività poichè, sotto i “riflettori della politica” si cercano “facili e veloci” risposte; aggettivi questi che cozzano pesantemente con “Verità è Giustizia” di cui tanto di questi tempi si abusa.
E mentre speriamo che si sappia molto presto che cosa davvero è accaduto a Stefano Cucchi, se davvero le divise hanno mal operato e abusato della loro autorità ci auguriamo che si faccia chiarezza anche su quello che sta succedendo a Teramo dove, da una recentissima notizia, ci sono elementi per ritenere che all’interno delle carceri qualcuno, per qualche motivo, abbia abusato della propria autorità.
La Violenza fa parte della vita del Poliziotto, ogni giorno ci scontriamo con violenze di ogni genere; spesso si opera con pochi mezzi, poche risorse e, tantissime volte, con poca motivazione.
Ed è per questo che di tutto deve essere fatto perché l’equilibrio dell’operatore di Polizia venga mantenuto saldo per non sfociare MAI in inutile e gratuita violenza dannosa per tutti.

Michele Rinelli – Poliziotto 02/11/2009