Giudicare con lentezza è una forma di denegata giustizia


Giudicare con lentezza è una forma di denegata giustizia

La problematica della ragionevole durata del processo è di recente tornata di grande attualità, al punto da essere avvertita da alcuni senatori come una ineludibile esigenza, da risolvere tempestivamente.
L’eccessiva durata dei processi è stata sempre una patologia che ha afflitto il nostro sistema giudiziario, al punto da ingenerare nella collettività un sentimento di disillusione e scetticismo sulla possibilità di ottenere giustizia. Ogni volta che pronuncio questa la parola giustizia,i miei pensieri corrono a dieci anni fa, quando per la prima volta, all’epoca in cui ero studente del primo anno di giurisprudenza, mi accostai alla lettura dell’art.3 della Costituzione, che ancora oggi è per me la stella polare del mio agire giuridico, e con un amaro sorriso, pensai immediatamente che nella nostra società si era ancora molto lontani dall’asserire con convinzione che la giustizia potesse essere realmente garantita.
La genesi del principio della ragionevole durata del processo, affonda le sue radici in un contesto sovranazionale,sicuramente molto più illuminato di quello interno,ovvero nell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU),che cristallizza il diritto ad aver esaminata ogni causa imparzialmente,pubblicamente ed entro un termine ragionevole.
Il principio della ragionevole durata del processo, affermato a livello sovranazionale,fu la presa d’atto di un problema immanente ad ogni ordinamento,che minacciava i moderni sistemi giudiziari, pur tuttavia, ogni Stato avrebbe dovuto concretamente affrontare il problema per non far rimanere lettera morta tale principio di matura civiltà giuridica.
Per utilizzare una espressione mutuata dal diritto civile,ma ormai entrata largamente nel linguaggio comune, per ogni Stato si poneva una obbligazione di risultato,ovvero assicurare una giustizia tempestiva,ma non sommaria.
Solo nel 1999, con la legge costituzionale n°2, il principio della ragionevole durata ha acquistato espresso riconoscimento costituzionale, all’art°111 della Costituzione
Tale norma costituzionale ha ricevuto attuazione attraverso le legge 89/2001,per effetto della quale sussiste un rimedio giurisdizionale contro le violazioni relative ad una eccessiva durata del processo,in modo da realizzare la sussidiarietà dell’intervento della Corte di Strasburgo, che più volte ha tirato le orecchie all’Italia, condannando il nostro Stato a ingenti risarcimenti per irragionevole durata dei processi.
La Corte Europea, in base al disposto dell’art.35 della CEDU,può essere adita solamente dopo che siano state esaurite le vie di ricorso interne, pertanto, attraverso la legge 89/2001, si garantisce una effettività dei diritti riconosciuti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
L’art.2 della CEDU, statuisce il diritto all’equa riparazione per chi abbia subito un danno per effetto della violazione della Connenzione,sotto il profilo del mancato rispetto del termine di cui all’art.6.
In base agli attuali canoni maggiormente utilizzati dalla giurisprudenza,per la valutazione della ragionevole durata il giudice deve considerare la complessità del caso, il comportamento delle parti, nonchè quello di ogni altra autorità intervenuta nella definizione del procedimento.
Evitando di entrare nel tecnicismo dei profili civilistici relativi al risarcimento, appare evidente quanto sia complessa la problematica dell’individuazione dell’irragionevole durata, non definibile in base a univoci parametri, che difficilmente si prestano ad essere inglobati in un unico termine, proprio perché l’eterogeneità delle fattispecie processuali conferisce velocità diverse al complesso iter che conduce alla tanto agognata sentenza.
La spiegazione dell’esistenza di differenti velocità processuali è da ricercare in molteplici fattori, quasi mai riconducibili all’inerzia dei magistrati, come invece vorrebbero spesso farci credere i nostri cari politici.
Proprio dall’esigenza di conferire una tempistica certa a tutti i processi, nasce il disegno di legge sul processo breve, come chiaramente si evince dall’intestazione del ddl: “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo”,che cristallizza come termine per il giusto processo i due anni.
Tale disegno, che di recente è venuto alla ribalta della cronoca, innescando polemiche e pressanti interrogativi, è composto da tre articoli.
L’articolo 1 determina la durata ragionevole dei processi, oltre la quale, laddove il disegno di legge dovesse diventare legge, il processo verrebbe a estinguersi.
Secondo quanto si legge nel testo, non sono considerati irragionevoli i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, nonché di un altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio. Tali termini possono essere aumentati dal giudice che, può aumentare fino alla metà i suddetti termini.
L’art.2 statuisce che laddove vengano superati i limiti di ragionevole durata, il processo è estinto in quei “processi per i quali la pena è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione”.
L’articolo 3, invece, contiene disposizioni relative all’entrata in vigore della legge e all’applicazione delle norme sull’estinzione processuale.
Le disposizioni sul processo non si applicano nei processi in cui l’imputato abbia già riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche in caso di intervenuta la riabilitazione, o laddove sia stato dichiarato delinquente o contravventore abituale o professionale.
Tali disposizioni sul processo breve non si applicano,altresì, ai seguenti reati: associazione per delinquere, incendio, pornografia minorile, sequestro di persona, atti persecutori, circonvenzione di persone incapaci, violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e delle norme in materia di circolazione stradale, reati previsti nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, traffico illecito di rifiuti.
Dalla disamina dei reati esclusi, emerge come nel presente ddl, si sia voluto includere il reato contravvenzionale dell’immigrazione clandestina, punito con ammenda, che viene così equiparato a ben più gravi reati di allarme sociale, come quelli di mafia e terrorismo.
Di tale opzione di politica criminale, stento effettivamente a capirne la ratio, in quanto equiparare fattispecie il cui disvalore penale e sociale non è assolutamente equiparabile, rappresenta a mio parere un errore, in quanto vanifica gli effetti social preventivi che dovrebbero essere sottesi ad ogni disposizione sanzionatoria.
Spero di sbagliarmi,ma forse in tale equiparazione si prescinde da sottili valutazioni di politica criminale, per assecondare alcune correnti politiche poco inclini alla multienticità,che vedono nello straniero un costante e indistinto pericolo.
Dall’analisi del nuovo ddl,emerge a mio parere un quadro poco rassicurante perché, a fronte dell’eccessiva congestione dei carichi giudiziari, si rischia invece di garantire l’incertezza della pena e una ragionevole durata che favorirà solamente i rei, i quali beneficeranno della prescrizione e le loro condotte andranno esenti da pena,vanificando in tal modo gli sforzi degli operatori di polizia e dei magistrati, con l’effetto di non rendere giustizia alle vittime del reato.
Il primo paragone che mi è venuto in mente dopo aver letto il testo del ddl è stato quello di un bus stracarico di gente,al cui autista si impone di percorrere una via trafficatissma in un tempo limite, oltre il quale tutte le persone sono obbligate a scendere dal mezzo,senza avere la chance di poter ripercorrere nuovamente lo stesso percorso.
Antica saggezza ciceroniana affermava che giudicare con estrema lentezza era una forma di denegata giustizia,purtuttavia la ragionevolezza dei tempi processuali non poteva fissarsi in astratto,ma doveva essere contestualizzata dal caso concreto.
Tale assunto dovrebbe far riflettere le nostre maggioranze di turno a realizzare riforme che siano realmente incisive e di una qualche utilità pratica per la collettività, senza porre in essere operazioni legislative a carattere mediatico, prive di sostanza, poiché stringenti obiettivi possono essere imposti solamente quando sussistono concretamente i mezzi e le risorse per raggiungerli.
Mi auguro pertanto che in futuro il nostro legislatore possa andare alla sostanza dei problemi e che quando i miei capelli saranno bianchi, potrò raccontare ai miei nipoti di come finalmente “i diritti abbiano cessato di essere privilegio di pochi e siano tornati a essere patrimonio di tutti”.

Avvocato Luigi Bianco – Aspirante Poliziotto 08/12/2009