Ore 3.40: “Quarto 1 non possiamo fare più nulla”


Ore 3.40: “Quarto 1 non possiamo fare più nulla”

Tratto dal Sito ufficiale della Polizia di Stato
– www.poliziadistato.it –

La notte del sisma le volanti della Polizia sono tra le prime che intervengono e che vivono in diretta i primi crolli. Gli uomini delle volanti raccontano al nostro sito quei momenti terribili. Al telefono Patrizio ci dice: È notte, sono in servizio di volante per le strade deserte a L’Aquila; si avverte un’atmosfera particolare. Nel giro incontro un signore di 77 anni. Dorme in macchina e mi dice: “voglio campare ancora qualche anno”.
Percorro la via centrale della città quando la macchina perde aderenza. Accelero, cambio la marcia ma non si muove. Il crollo di un muro mi costringe a fare testa coda. Ancora non ho la percezione della gravità del sisma. Quelle vie, prima deserte, si riempiono di gente in fuga. Ci avvisano di persone sotto le macerie; la gente chiede aiuto.
Incontro mia moglie e la bambina, vederle vive mi rincuora; ma non posso rimanere con loro. Altre persone hanno bisogno di aiuto. Via radio ci avvisano che il palazzo della questura sta per crollare; tutti gli uomini sono usciti tranne l’operatore che raccoglie le chiamate al 113, lui è rimasto lì. Le linee telefoniche sono intasate, la luce è saltata. Un palazzo crolla dove ci sono già delle persone sotto le macerie; ci dobbiamo arrendere e avvisiamo la centrale operativa: “Quarto 1 non possiamo fare più nulla”. Ci sono persone che possono essere ancora salvate. Per questo reagisci anche se la scossa ti impedisce qualsiasi movimento, ti “spezza le gambe”. Quante scelte difficili e tragedie abbiamo vissuto in pochi attimi.
Con il questore si concorda di non fare entrare nessuno in città per il pericolo dei crolli. Da Onna, un paese vicino, una ragazza chiede aiuto per i suoi figli rimasti intrappolati. Mentre il nostro giro continua i vigili del fuoco sono già al lavoro. Nel frattempo giungono soccorsi e mezzi meccanici: solo le ruspe o i muletti possono superare l’impotenza dell’uomo contro il tempo e le pesanti macerie. Il buio nelle strade nasconde alla vista quello che viene calpestato: macerie, carcasse di macchine.
Sono le 18.00 del 6 aprile e mi costringono a fermarmi. Non so quante volte sono accorso in aiuto, quanto ho scavato con le mani e quante persone ho portato in salvo. Quando mi fermo, il pianto ha il sopravvento. La forza della natura ti stordisce, anche se sei allenato a situazioni estreme, e la paura è tua compagna in ogni ulteriore scossa.
Paolo si trova su un’altra volante. Nel momento della scossa mi trovo sul piazzale di fronte alla questura; la “159” vibra come una foglia. D’improvviso è tutto buio; una nube di polvere e detriti mi impedisce di capire cosa succede. Sento voci e urla intorno a me. Delle persone indicano un mucchio di macerie da dove provengono voci di bambini. Accorro subito. A S. Gregorio, io e il mio collega, salviamo i bambini di un orfanotrofio. Io non ho parenti in questi luoghi ma il dolore cresce quando trovo sotto le macerie un collega e la moglie ormai senza vita. Dopo quella lunga giornata torno a L’Aquila per portare a colleghi e amici vestiti, cibo, giocattoli. Quando mi vede la gente mi ringrazia. L’abbraccio di quelle persone che non conosco mi aiuta a superare la fatica e il dolore di non aver potuto salvare tutti. La speranza è quella di tornare al più presto alla normalità.
11-04-2009