Due ruote e buone gambe; la scorta ai tempi del Re


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Cartolina postale ufficiale del Corpo delle Guradie di Città « Dovere, Coraggio, Abnegazione », il riquadro in alto a sinistra riprende una scorta ciclistica ridotta ad una carrozza Reale, illustratore Rinaldi, editore Litografia Ripamondi Pitigliani & C. – già Gavuzzo, Roma, post 1906, , archivio Giulio Quintavalli.

Il Presidente del consiglio on. Gen. Luigi Gerolamo Pelloux (conservava come il predecessore l’interim per l’interno) fu scosso dalla “protesta dello stomaco” di Milano. Fu una serie di sollevamenti e proteste popolari che si svilupparono in tutta Italia dal gennaio 1898 che perdurarono fino a luglio dello stesso anno, a causa delle gravissime condizioni sociali. Il Governo decise la mano forte, dichiarò lo stato d’assedio nel capoluogo lombardo con il passaggio di poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris, che tagliò corto con i manifestanti passando la parola ai cannoni.

Questo, i due precedenti tentativi di regicidio (‘78 e ‘97) e l’attività clandestine delle “estreme”, anarchici in testa – puntellati da arresti, sequestri di stampati e detenzione preventiva – evidenziarono, tra l’altro, le criticità degli organi investigativi di polizia politica di lettura, penetrazione e anticipazione delle azioni più clamorose.

Criticità che furono il primo scoglio che dovette affrontare il nuovo Direttore Generale di Pubblica Sicurezza Francesco Leonardi, voluto fortemente da Pelloux, in carica da quasi un mese.

Leonardi, nato nel 1840 a Vo (Trento), fu uomo tutto d’un pezzo: di grande impegno politico, irredentista e garibaldino, salì allo scranno di Palazzo Braschi il I agosto 1898. Tentò di migliorare con i pochi mezzi a disposizione le condizioni della sicurezza pubblica nel Regno e di introdurre alcuni  importanti miglioramenti partendo dalle proposte più interessanti raccolte sin dagli anni Ottanta quando, prima del prestigioso incarico, seppe per oltre dieci anni ben conciliare l’incarico di direttore del «Manuale del funzionario di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria» con quello di zelante funzionario dell’Interno.

Il Periodico era una longeva rivista riformista aperta alle scienze criminalistiche e alle nuove pratiche investigative diffuse all’estero, alle quali riconosceva ampi articoli e reportage conditi da consigli e desiderata di numerosissimi funzionari di P.S.. Che, spesso, protetti da pseudonimi o dall’anonimato, lanciavano con i loro interventi pesanti critiche al governo, sempre sordo, cieco e muto pur di non introdurre quanto animosamente proposto.

La Domenica del Corriere», anno 1909, n° 38, 19-26 settembre (particolare).

Nonostante i primi pallidi tentativi di riscrivere alcuni servizi di polizia, l’inadeguatezza del “sistema sicurezza” non cambiava affatto tanto che il ricercato Gaetano Bresci riuscì senza tanta difficoltà a rientrare dalla Francia in Italia per mettere a segno il suo progetto, dichiarato a sodali e connazionali negli USA, dove viveva da anni. Uno di loro – magari tra quelli con cui condivideva magri piatti e aspirazioni di un’Italia migliore –  fece giungere alle orecchie dei diplomatici italiani lo scellerato intento del giovane anarchico; e questi avvertirono, come vedremo inutilmente, la Polizia italiana: partire per l’Italia facendo tappa in Francia per colpire il Re.

A ogni modo, gli sforzi non permisero di fermare a Monza, il 29 luglio 1900 l’attentato dell’anarchico contro Umberto I di Savoia, che avvenne senza tante difficoltà anche se, quantomeno, la solerzia di reali carabinieri e poliziotti predisposti al servizio fu appagata dai ferri ai polsi che riuscirono a serrargli. Certo è che se l’agente di servizio al molo di Genova lo avesse fermato… ma come riconoscere un individuo tra mille da una semplice e generica descrizione senza foto o qualche spia pronta a bruciarlo per pochi spicci?

A ogni modo, il regicidio testimoniò l’inadeguatezza della P.S. nel contrasto ai movimenti sovversivi, anarchici e insurrezionali, che divenne l’ambito investigativo elettivo in cui Leonardi si distinse con molte iniziative, come il Regio Commissariato di P.S. presso la Real Casa per «la tutela delle Auguste Persone di S.M. il Re e della Reale Famiglia», voluto con d. m. 6 novembre 1900, Regolamento di servizio del Regio Commissariato di P.S. presso la Real Casa e delle Brigate di guardie di città da esso dipendente e ordinamento del servizio ciclistico per le scorte Reali, approvato dal M.I. con nota n° 26564 del 21 novembre 1901 della D.G.P.S. – Gabinetto.

A ben vedere il nuovo organismo fu mezza vittoria e mezza sconfitta: le inchieste (anche amministrative) dimostrarono che la convivenza delle due Istituzioni (Arma e PS) nel servizio era solcata da gelosie e incomprensioni, e che gli ambiti operativi e le competenze tra le stesse potessero essere definite “chirurgicamente” solo d’imperio giacché ciascuno tirava la giacchetta dell’altro per scaricarsi dalle accuse (anche se pare tra i due contendenti uno avesse polsi più forti…) a detrimento dei malumori nella comune urgenza di edificare un solido muro contro future possibili tragedie.

Alla Polizia fu assegnato, tra l’altro, uno tra i servizi più delicati: la scorta alle vetture Reali.

E qui la storia si condisce di grasso, polvere e sudore…

Alla fine dell’800 la “macchina” (termine che all’epoca indicava la bicicletta) aveva conosciuto una rapida diffusione in tutta Europa e anche la Polizia aveva iniziato a farne uso; i primi ciclisti erano stati assegnati alla consegna della corrispondenza e al collegamento tra i Reparti ma, nel novembre 1900, a seguito dell’assassinio del “Re Buono”, il ministero dell’Interno dava un ulteriore ed importante impulso all’impiego della bicicletta.

Con l’istituzione del Regio commissariato di pubblica sicurezza presso la Real Casa veniva creato il Servizio ciclistico per le scorte alle vetture Reali. L’incarico era svolto da trenta ciclisti della Brigata Guardie di città Quirinale comandati da un funzionario di pubblica sicurezza. Il servizio era organizzato in base agli spostamenti dei Savoia e prevedeva almeno due agenti.

Cartolina postale della Illustrazioni Italiane – Collezione Lucifero – Roma, I grandi Funzionari dello Stato -,  primi del Novecento, archivio Giulio Quintavalli.

I ciclisti dovevano «rivelare le condizioni del percorso», scortare la carrozza affiancandola all’altezza delle ruote posteriori per lasciare libera la visuale, impedire che qualcuno si avvicinasse troppo al veicolo, liberare la strada da carretti o da altri ostacoli. Un terzo ciclista, il maggiore di grado o il più anziano, copriva la parte posteriore della vettura muovendosi «dall’uno e dall’altro fianco», mentre eventuali altri ciclisti di riserva «impegnavano linee più larghe delle ruote anteriori» della vettura, anticipandola con «celeri volate ».

Quando i Reali scendevano dalla vettura, i ciclisti contenevano la gente con «la fronte a lei e le macchine di fianco a barriera», pronti ad affrontare i pericoli, a raccogliere suppliche od altro, ad impedire che si «faccia codazzo dei ragazzi».

Gli agenti della Brigata Quirinale erano scelti per l’ineccepibile condotta, l’«abilità nel ciclismo e la conservazione e manutenzione delle biciclette [… ] la conoscenza pratica di qualche lingua straniera e dei dialetti italiani». Vestivano due « speciali tenute»: grigia per le strade campestri o polverose, nera per le gite in città.

Le macchine erano soggette agli inevitabili imprevisti dell’epoca, a cui ciascun bravo agente doveva provvedere autonomamente con «quanto occorra per rimediare ai guasti lungo la via», trasportato in una borsetta fissata al mezzo.

Nell’aprile del 1903 un sottufficiale e 15 guardie della squadra reale di agenti ciclisti ricevevano gli elogi dall’Imperatore Guglielmo di Prussia perché, in occasione di una sua visita all’Abbazia di Montecassino, «erano riusciti a mantenersi in bella scorta intorno alla ‘Daumont’ imperiale senza mai perdere terreno durante la lunga e faticosissima ascensione».

Da quell’anno la bicicletta veniva impiegata anche in alcuni Uffici di pubblica sicurezza delle maggiori città nelle «pattuglie e girate».

Dopo il 1905 gli agenti ciclisti delle scorte Reali dovevano affrontare un avversario temibile: le autovetture. Più pratiche e veloci in breve tempo sostituivano le lente carrozze.

La scorta dei ciclisti continuava ad essere utile quando le automobili dei Sovrani dovevano mantenere un’andatura lenta, come nei cortei, o attraversare le strade e le piazze affollate; infatti, era abitudine degli italiani andare incontro festosi alle vetture reali; i più audaci, sfidando il servizio di sicurezza, si aggrappavano ai predellini, o si avventuravano oltre il cordone di sicurezza posto ai lati del percorso, o si introducevano tra l’autovettura e la scorta di onore.

Dopo il 1910, nonostante la Polizia facesse ampio uso della bicicletta, non abbiamo  più notizie della scorta ciclistica Reale.

Per approfondimenti si rimanda a: Da sbirro a investigatore, Polizia e investigazione dall’Italia liberale alla Grande guerra, Aviani e Aviani editori, Udine)